Università degli Studi dell'Aquila · DIIIE · Corso di Laurea Magistrale in Amministrazione, Economia e Finanza
Produzione, distribuzione, conflitto e moneta
Note delle lezioni: l'economia capitalistica come sistema monetario di produzione, dall'economia politica classica agli sviluppi modellistici più recenti (input-output, modelli fondi-flussi, sistemi complessi).
Ultimo aggiornamento: 29/08/2026
| Docente | Marco Veronese Passarella |
| Corso di Studio | Amministrazione, Economia e Finanza (M4AR) |
| Insegnamento integrato | Analisi economica ed Econometria |
| Settore | SECS-P/02 - Politica economica |
| CFU | 6 (42 ore) |
| Anno / Periodo | II anno - Primo semestre |
| Lingua | Italiano |
Il corso analizza l'economia capitalistica come sistema monetario di produzione e di scambio, ricostruendo l'evoluzione dell'approccio "classico-keynesiano" dalla sua nascita agli sviluppi più recenti. Il filo conduttore è l'idea del capitalismo come economia monetaria di produzione, nella quale la moneta e il credito non sono elementi neutrali, ma condizioni essenziali per l'avvio del processo produttivo.
In questa prospettiva, l'analisi si concentra sulle condizioni di riproduzione del sistema economico nel tempo, sulla formazione e distribuzione del sovrappiù, sul ruolo della finanza e delle istituzioni monetarie, nonché sulle possibili cause di instabilità del sistema. Tale impostazione si distingue dall'approccio dominante, quello "marginalista-neoclassico", centrato prevalentemente sull'allocazione efficiente di risorse scarse e sull'equilibrio di mercato.
Il percorso didattico segue lo sviluppo di questo quadro teorico dall'economia politica classica alle sue rielaborazioni contemporanee, mettendo a confronto i contributi che interpretano il capitalismo come un sistema strutturalmente monetario e conflittuale.
L'intero corso è organizzato attorno a quattro domande, che ritornano - con risposte diverse - in ciascun approccio teorico studiato:
Nel testo troverete cinque riquadri di approfondimento tecnico-matematico, i box per geek e nerd: digressioni facoltative che aprono la "scatola nera" degli strumenti usati nel corso (serie, algebra lineare, teoria spettrale delle matrici). Non servono a seguire il filo principale, ma mostrano perché quegli strumenti funzionano e come si collegano fra loro:
Al termine dell'insegnamento sarai in grado di:
Lezioni frontali integrate da esercitazioni basate su toy models e matrici semplificate. Alcune sessioni prevedono l'uso di ambienti e linguaggi di programmazione per la rappresentazione e l'analisi di semplici modelli economici.
Prova scritta con tre tipologie di domande - a risposta multipla, vero/falso e a risposta aperta - riferite, per ciascun approccio teorico, ai nuclei fondamentali del corso: determinanti della produzione e degli investimenti, formazione dei prezzi, origine dei profitti, ruolo di banche e moneta.
Il materiale didattico principale è costituito dalle note delle lezioni raccolte in questo archivio, disponibili anche come libro HTML.
A titolo esemplificativo, alcuni suggerimenti di lettura, limitatamente ai capitoli utilizzati, sono:
Ulteriori suggerimenti di lettura saranno dati durante il corso. Una lista completa dei riferimenti bibliografici è disponibile in fondo a questa pagina.
Marco Veronese Passarella - marco.veronesepassarella@univaq.it
Per orari, aule e date di inizio delle lezioni si rimanda alle comunicazioni della Segreteria Didattica del Dipartimento.
Tutti i modelli presentati in questo archivio sono stati sviluppati in ambiente R. Per la riproduzione degli esperimenti non c'è bisogno di alcun pacchetto aggiuntivo.
R può essere scaricato gratuitamente dal sito ufficiale del CRAN. Si consiglia, inoltre, di scaricare ed installare RStudio, un ambiente di sviluppo (IDE) per R gratuito, potente e di facile utilizzo.
Chi volesse ottenere rappresentazioni più accurate (grafici più sofisticati, tabelle formattate, manipolazione dei dati, ecc.), può installare alcuni pacchetti aggiuntivi:
| Scopo | Pacchetti |
|---|---|
| Grafici avanzati | ggplot2 |
| Tabelle formattate | knitr, kableExtra |
| Manipolazione dei dati | dplyr, tidyr |
Si possono installare tutti assieme all'interno di RStudio utilizzando il comando:
install.packages(c("ggplot2", "dplyr", "tidyr", "knitr", "kableExtra"))
Testato su R 4.6.1 (2026-06-24). Qualunque versione recente di R dovrebbe funzionare.
Un corso di analisi economica non può cominciare con la mera esposizione di un apparato di modelli. La prospettiva che qui si adotta - quella dell'economia politica classica, della macroeconomia keynesiana e dei loro sviluppi più eretici - si comprende infatti soltanto se la si colloca, per un verso, entro la storia del pensiero economico e, per l'altro, all'interno di una riflessione preliminare sulla natura stessa della disciplina. È a questa duplice contestualizzazione che è dedicata la presente sezione introduttiva.
Contrariamente a un'immagine diffusa, il pensiero economico non progredisce in modo continuo e cumulativo, come una palla di neve, ossia attraverso una progressiva acquisizione di verità che si sostituiscono agli errori del passato. Riprendendo un'intuizione di Joseph Schumpeter, la sua evoluzione procede piuttosto per salti, alternando fasi rivoluzionarie e lunghi periodi di consolidamento, nel corso dei quali una determinata impostazione diventa "situazione classica", ossia ortodossia condivisa (si vedano Screpanti e Zamagni, 2004).
Inoltre, teorie, dibattiti, metodi e prescrizioni di politica economica non sono indipendenti dal contesto storico in cui prendono forma. Essi sorgono in risposta a problemi concreti - crisi, disoccupazione, inflazione, conflitto distributivo - e vengono selezionati, raffinati ed elevati al rango di ortodossia in funzione della loro capacità di rappresentare, e insieme di legittimare, gli interessi e l'immagine di sé dei gruppi sociali di volta in volta egemoni. In questa lettura, che potremmo dire storico-sociale, è la società a stabilire quali problemi siano rilevanti, in quali direzioni cercarne la soluzione e, in ultima istanza, quali teorie riconoscere come "corrette". Un giudice, tuttavia, né neutrale né imparziale, poiché attraversato da interessi e conflitti.
Un esempio può aiutare a chiarire il punto. Stabilire se un tasso di disoccupazione del 5 per cento sia preoccupante oppure se un tasso del 10 per cento sia "naturale" non è solo una questione tecnica: le due letture rimandano a visioni teoriche contrapposte e, dietro di esse, a interessi sociali distinti. La scelta dei problemi e dei criteri di valutazione, insomma, è essa stessa parte del conflitto di cui l'economia si occupa.
Da qui discende una peculiarità che distingue le scienze economiche - e, più in generale, le scienze sociali - dalle cosiddette scienze "dure". Anche in queste ultime, naturalmente, esiste il dissenso. Ad esempio, è noto che Albert Einstein, pur essendo tra i fondatori della teoria dei quanti, ne rifiutò la completezza - è celebre la sua battuta "Dio non gioca a dadi" - e, con il paradosso EPR (Einstein-Podolsky-Rosen), propese per una descrizione a variabili nascoste di impianto deterministico. In modo analogo, Roger Penrose non rigetta la meccanica quantistica, ma l'ha sempre ritenuta incompleta, proponendone una modifica con collasso "oggettivo" della funzione d'onda indotto dalla gravità.
Su un altro versante, il modello cosmologico standard e i suoi pilastri - dalla materia oscura al principio cosmologico - restano oggetto di un dibattito tuttora aperto. Ad esempio, a partire dalle osservazioni fornite da DESI (Dark Energy Spectroscopic Instrument), ossia di una vasta mappatura tridimensionale della distribuzione delle galassie, alcuni lavori recenti hanno mostrato l'esistenza di strutture anisotrope su scala di gigaparsec (Sylos Labini e Galoppo, 2026), in tensione con l'ipotesi di un universo isotropo. Tali lavori sono stati subito sottoposti a serrate repliche critiche. Tale dissenso, però, tende nel lungo periodo a essere riassorbito, o comunque arbitrato dall'evidenza empirica. Resta, sullo sfondo, l'idea di un'unica verità a cui ci si avvicina progressivamente attraverso l'affinamento di teorie, strumenti e dati.
Nelle scienze sociali accade qualcosa di diverso. Questo perché una teoria economica non è soltanto uno strumento conoscitivo, ma anche una forma di autocomprensione e di autorappresentazione di un soggetto sociale (si rinvia, di nuovo, a Screpanti e Zamagni, 2004). Poiché i soggetti sociali sono eterogenei - classi, gruppi, nazioni - e le loro relazioni sono spesso conflittuali, la disciplina non ospita un dissenso meramente episodico, ma vere e proprie scuole di pensiero in senso stretto - durature, coerenti al proprio interno e portatrici, ciascuna, di una distinta visione preanalitica (per usare il termine di Schumpeter) di come la società è e soprattutto di come dovrebbe essere.
Queste scuole possono essere ricondotte ad alcune visioni di base di lungo periodo: correnti carsiche che, al pari di fiumi sotterranei, scompaiono, o vengono marginalizzate per lunghi tratti dall'accademia, per poi riaffiorare quando le mutate condizioni sociali lo richiedono. Due orientamenti, in particolare, si fronteggiano lungo tutta la storia delle discipline economiche: quello che concepisce il mercato come un ordine capace di autoregolarsi (dalla legge di Say ai modelli di equilibrio economico generale) e quello che, al contrario, muove dalla centralità della produzione, dal ruolo della domanda effettiva e dalla possibilità di crisi generali (da Malthus e Marx fino a Keynes). Un'analoga tensione attraversa la teoria del valore, dove l'orientamento soggettivista (Menger, Jevons) si oppone a quello oggettivista (Ricardo, Marx, Sraffa). L'approccio classico e del sovrappiù, che costituisce il filo conduttore di questo corso, è appunto una di queste visioni di base: a lungo confinata nel "sottosuolo" dell'eterodossia, ma periodicamente riemergente.
![]() Figura 1.1 - L'albero genealogico delle scuole del pensiero economico. Le principali tradizioni teoriche sono disposte lungo l'asse verticale, che oppone la visione centrata su individuo, mercato e scarsità a quella centrata su società, conflitto e riproduzione, e lungo l'asse orizzontale del tempo storico. I riquadri distinguono gli approcci dominanti (in tinta piena o tratteggiata) da quelli eterodossi; le frecce indicano i legami diretti (linea continua) e mediati (tratteggiata) fra le scuole. |
Non a caso, questa polarità è rintracciabile già nelle due anime dell'opera di Adam Smith: da un lato la dimensione micro-individuale (le decisioni di agenti auto-interessati, la mano invisibile, la divisione del lavoro, l'allocazione delle risorse), ripresa e sviluppata dai marginalisti; dall'altro la dimensione macro-sociale (le classi sociali, la dimensione del mercato, il valore come costo di riproduzione, lo sviluppo economico), ripresa dai classici, da Marx e, in seguito, da Keynes. È lungo questo asse - che oppone individuo, mercato e scarsità a società, conflitto e riproduzione - che si dispone l'intero albero genealogico delle teorie economiche, di cui la Figura 1.1 offre una rappresentazione visuale.
💡 Una precisazione terminologica. In questo corso l'espressione "approccio classico" è usata nell'accezione di Marx e degli storici del pensiero economico. Si tratta della tradizione che, da Smith a Ricardo fino alla "critica" di Marx, analizza la produzione, il sovrappiù e la sua distribuzione fra le classi - l'impianto poi ripreso e riformulato da Piero Sraffa. Essa non va confusa con l'uso, assai più ampio e peculiare, che ne fa Keynes nella Teoria generale (1936), dove con "economisti classici" egli designa un insieme eterogeneo di autori che va da Ricardo fino ai marginalisti (Marshall, Pigou), accomunati dall'adesione alla legge di Say. In quell'accezione "classico" finisce per includere anche i neoclassici, ossia proprio l'indirizzo da cui l'approccio del sovrappiù intende distinguersi - e che era, in realtà, il vero bersaglio della critica keynesiana. Sulla scia di Keynes, il termine "classico" è stato accostato anche a un gruppo di economisti (Lucas, Sargent), noti pure come "scuola delle aspettative razionali", che nulla ha a che vedere con l'approccio del sovrappiù e che ha anzi rappresentato un ritorno alla fiducia pre-keynesiana nella capacità autoregolatrice del mercato (casella P nella Figura 1.1; si rinvia anche all'insegnamento di Politica Economica). Quando qui parliamo di "classici", dunque, ci riferiamo ai teorici del sovrappiù, non ai bersagli, vecchi e nuovi, della critica keynesiana.
La contrapposizione fra le due visioni di base non riguarda soltanto la teoria del valore o il ruolo della domanda, ma investe la nozione stessa di equilibrio, che ciascuna tradizione declina in modo peculiare. Poiché tale nozione ritornerà di continuo nel seguito - dai prezzi naturali dei classici agli equilibri di sottoccupazione di Keynes - conviene anticiparne qui i quattro significati principali. La Figura 1.2 li illustra mediante la classica analogia meccanica fra una pallina (il sistema economico) e la superficie su cui essa può riposare, il cui punto di quiete rappresenta il centro di gravità del sistema, ossia l'equilibrio.
![]() Figura 1.2 - I quattro concetti di equilibrio. La pallina rappresenta il sistema economico e il suo punto di quiete il centro di gravità (l'equilibrio). (a) Equilibrio unico e stabile: dopo ogni perturbazione il sistema vi ritorna. (b) Equilibrio neutrale: ogni posizione è di equilibrio e il sistema permane dove lo *shock* lo conduce. (c) Equilibrio instabile: una piccola deviazione tende ad amplificarsi. (d) Equilibri multipli: coesistono più posizioni di equilibrio, e quale si realizzi dipende da condizioni iniziali, storia e aspettative. |
💡 I molti volti dell'equilibrio. L'analogia meccanica della Figura 1.2 distingue quattro concezioni. Nel caso (a) la pallina giace sul fondo di una conca: l'equilibrio è unico e stabile e, dopo ogni perturbazione, il sistema vi ritorna spontaneamente. È la visione neoclassica dell'equilibrio economico generale, in cui le forze di mercato riconducono sempre l'economia all'allocazione ottimale delle risorse. Nel caso (b) la superficie è piana: l'equilibrio è neutrale e ogni posizione vale l'altra, sicché il sistema, una volta spostato da uno shock, permane in condizione di quiete. È la prospettiva degli austriaci e del neomonetarismo (aspettative razionali e teoria del ciclo economico reale) per cui l'economia è sempre in equilibrio e le fluttuazioni sono risposte ottimali a shock reali. Nel caso (c) la pallina è in bilico sulla sommità di una cupola: l'equilibrio esiste ed è ben definito, ma è instabile, poiché ogni piccola deviazione tende ad amplificarsi. È la lettura dei classici, di Marx e del Keynes del Trattato sulla moneta (1930): il sistema possiede un centro di gravità - i prezzi naturali, il saggio di profitto uniforme, l'uguaglianza fra risparmio e investimento - che tuttavia non viene raggiunto spontaneamente, se non per caso, e solo temporaneamente. Nel caso (d), infine, il profilo è ondulato e presenta più avvallamenti: vi è una molteplicità di equilibri, alcuni stabili altri no, e quale si realizzi dipende dalle condizioni iniziali, dalla storia e dalle aspettative. È la visione del Keynes della Teoria generale (1936) - con i suoi equilibri di sottoccupazione, in cui l'economia può stabilizzarsi anche in presenza di disoccupazione involontaria - e, più in generale, dei modelli non neoclassici, caratterizzati da molteplicità, isteresi e dipendenza dal sentiero.
A ciò si lega l'annosa disputa sulla scientificità dell'"economia", che si ripropone puntualmente - per esempio in occasione dell'assegnazione dei premi Nobel - e attorno alla quale regna una certa confusione. Si tratta, in realtà, di un tema assai complesso, ricco di sfumature, che non si presta a risposte nette, e che conviene perciò affrontare con alcune premesse.
La prima è che non esiste un'unica definizione di "scientificità", ma diverse definizioni, spesso in tensione fra loro. In ultima istanza, è sempre la discussione in seno alla comunità scientifica a stabilire, storicamente e provvisoriamente, ciò che come scientifico viene riconosciuto.
La seconda, e più importante, è che la scientificità va riferita anzitutto al metodo di indagine, e non all'oggetto indagato: non sono i temi trattati, in sé, a essere scientifici o meno, bensì il modo in cui li si affronta - il rigore delle procedure, il controllo intersoggettivo delle ipotesi, la disponibilità a rivederle alla luce dell'evidenza.
Ne consegue che la ripartizione fra ambiti "scientifici" e ambiti "non scientifici" è una semplificazione talvolta utile, ma pur sempre una semplificazione, e che i confini reali sono assai più sfumati.
Del pari, la formalizzazione matematica non è, di per sé, garanzia di scientificità. Ad esempio, la teoria dell'evoluzione di Darwin costituisce un modello di rigore scientifico pur essendo stata formulata - almeno in origine - senza alcun apparato matematico: la sua forza risiede nel metodo (osservazione sistematica, comparazione, ipotesi controllabili), non nella formalizzazione. All'opposto, l'astrologia ricorre a calcoli anche elaborati - posizioni planetarie, effemeridi - e dunque a un certo uso della matematica, senza per questo essere una scienza, perché non segue un metodo scientifico. Forzando un po' i termini, si potrebbe sostenere che sia possibile discutere in modo ascientifico di chimica e discettare in modo scientifico di arti marziali miste.
Che cosa distingua una procedura scientifica da una che non lo è costituisce, del resto, il celebre problema della demarcazione, sul quale l'epistemologia (o filosofia della scienza) del Novecento si è a lungo divisa. La proposta più nota è quella di Karl Popper, per il quale è scientifica una teoria che si esponga alla falsificazione, ossia che formuli previsioni suscettibili di essere smentite dall'esperienza o evidenza empirica. Il criterio, però, mostra presto i propri limiti. Come rilevato dalla tradizione che risale a Pierre Duhem e Willard Van Orman Quine, le ipotesi non si controllano mai isolatamente, bensì sempre in blocco, insieme a una costellazione di assunzioni ausiliarie. Quando una previsione è smentita, non è affatto ovvio a quale parte della teoria vada imputato l'insuccesso, ed è sempre possibile salvare il nucleo teorico riformulando o allargando le ipotesi accessorie. La falsificabilità, insomma, non offre quella linea di demarcazione netta che sembrava promettere.
Di qui i successivi tentativi di ripensare il problema. Thomas Kuhn ha spostato l'attenzione dai singoli enunciati ai paradigmi: lunghe fasi di "scienza normale", entro cui una comunità condivide assunti, problemi e tecniche, sono interrotte da "rivoluzioni scientifiche" nelle quali un paradigma ne soppianta un altro, senza che i due siano pienamente commensurabili. Imre Lakatos ha cercato una via mediana con i programmi di ricerca, dotati di un nucleo teorico protetto da una cintura di ipotesi ausiliarie e giudicabili "progressivi" o "degenerativi" a seconda che sappiano o meno prevedere fatti nuovi.
All'estremo opposto, Paul Feyerabend ha spinto la critica fino all'anarchismo metodologico del suo anything goes - più provocazione dadaista che dottrina positiva - negando l'esistenza di un unico metodo universale. Lungo questa traiettoria si è infine affermata una sociologia della scienza attenta al modo in cui istituzioni, interessi e rapporti di potere concorrono a stabilire ciò che, in un dato momento, viene riconosciuto come conoscenza scientifica. Ed è proprio questo l'anello che riconduce il problema al nostro tema. Se ciò che vale come scienza è in ultima istanza fissato dalla comunità scientifica, e se questa non è un soggetto neutrale, ma è attraversata dalle tensioni della società che la ospita, allora nelle discipline sociali la posta in gioco della demarcazione è, inevitabilmente, anche una posta sociale e politica.
Le categorie kuhniane possono rivelarsi feconde anche per il pensiero economico, che può essere interpretato come coesistenza e competizione di più paradigmi - neoclassico, keynesiano, sraffiano, marxista, istituzionalista, evoluzionista, sperimentale, e così via - gradualmente ricondotti, a partire dagli anni Settanta, sotto l'egemonia della "scienza normale" di derivazione neoclassica, con le note ricadute sulla selezione delle ricerche e delle carriere accademiche (su questo tema, si rinvia a Gattei, 1994).
Il dibattito attorno allo statuto delle discipline economiche tende sempre più a polarizzarsi. Da un lato si colloca la maggioranza degli economisti, che assimilano l'economia a una scienza naturale, adottano il linguaggio matematico come criterio di scientificità e giustificano i recenti insuccessi previsionali invocando la natura stocastica delle crisi. Dall'altro lato vi sono quanti negano alle discipline economiche ogni statuto scientifico, condannano l'uso della matematica tout court e brandiscono quegli stessi fallimenti previsionali come prova inoppugnabile di non-scientificità. Nessuna delle due posizioni è, a ben vedere, interamente persuasiva.
L'impossibilità di formulare previsioni quantitative accurate, anzitutto, è un limite condiviso con numerose discipline che studiano fenomeni naturali: dalla medicina alla sismologia alla meteorologia gli esempi non mancano. Specularmente, l'esperimento di laboratorio, di uso comune in alcune branche della microeconomia applicata, risulta di difficile realizzazione in scienze naturali come l'astronomia. Anche il dilemma "matematica sì, matematica no" è, in fondo, un falso problema. Ogni linguaggio ha i propri limiti - inclusi la lingua italiana o il codice HTML con cui questi appunti sono redatti - e quello matematico non fa eccezione. La consapevolezza di tali limiti dovrebbe semmai condurre a un uso parsimonioso e avvertito degli strumenti matematici e statistici, e forse alla rinuncia all'ambizione di un modello onnicomprensivo dei fenomeni economici: un pluralismo metodologico che non deve però sfociare in relativismo teorico o, peggio, in irrazionalismo epistemologico.
💡 Un falso Nobel? Il cosiddetto "Nobel per l'economia" non figurava fra i riconoscimenti istituiti dal chimico svedese Alfred Nobel nel suo testamento del 1895. Fu, infatti, creato solo nel 1968 dalla Banca Centrale Svedese (Sveriges Riksbank) e porta il nome di "Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel". Questa origine posticcia viene talora invocata a dimostrazione del fatto che l'economia si sarebbe indebitamente arrogata una patente di scientificità. Si tratta, a mio avviso, di una critica benintenzionata ma fallace. Il prestigio di un premio non dipende tanto da chi lo conferisce, ma da chi lo riceve. Sono la reputazione di cui godono i suoi vincitori o la qualità del lavoro premiato a renderlo autorevole, non l'istituzione che lo eroga, né, tanto meno, le circostanze della sua fondazione. La scientificità delle discipline economiche va, perciò, discussa e sottoposta a critica sul piano del metodo (ad esempio, delle ipotesi adottate), non della genealogia dei suoi premi.
Se è vero, infatti, che la scienza procede per metafore, spesso mutuate da ambiti di studio differenti, ciò che va sottoposto a critica radicale non è la matematica in quanto tale, bensì la visione preanalitica da cui la modellistica dominante è derivata: l'immagine di un cosmo ordinato, a-storico, a-sociale e a-conflittuale, che è in definitiva l'istanza di autorappresentazione delle classi sociali egemoni. Civettando con Piero Sraffa, non si tratta cioè di rigettare la matematica, ma la concezione di società e le ipotesi teoriche a partire dalla quale essa viene spesso impiegata. Per converso, e a dispetto delle migliori intenzioni dei suoi sostenitori, la negazione di ogni carattere di scientificità alle discipline sociali finisce per rafforzare la visione dominante. Entrambe le posizioni, infatti, presuppongono che l'unico statuto scientifico possibile sia quello di scienza naturale.
Meglio si farebbe, allora, a riconoscere che l'economia è una scienza sociale, ossia una disciplina che indaga criticamente le leggi (storicamente mutevoli) di movimento delle società capitalistiche, rifuggendo tanto le pretese di neutralità del pensiero dominante quanto le fughe irrazionalistiche dei suoi critici più ingenui.
È a partire da questa premessa epistemologica che il corso aspira a fornire una ricostruzione semplificata, ma sufficientemente esaustiva, dell'approccio classico-keynesiano o della riproduzione allo studio dei fenomeni economici.
![]() (a) A. W. H. Phillips accanto al MONIAC. |
![]() (b) Una simulazione del funzionamento del MONIAC. |
💡 Il MONIAC e il trasferimento di metodi tra discipline. L'economia non si è mai sviluppata in isolamento. Nel corso della sua storia, gli economisti hanno ripetutamente mutuato concetti, metodi e strumenti analitici da altre discipline scientifiche. L'economia politica classica trasse ispirazione dalla meccanica newtoniana, adottandone le nozioni di equilibrio e di causalità sistemica. Successivamente, la rivoluzione marginalista, in particolare nelle opere di Léon Walras e Vilfredo Pareto, modellò esplicitamente i sistemi economici utilizzando il linguaggio e la struttura matematica della meccanica analitica. Dalla fine del XIX secolo i metodi statistici entrarono a far parte integrante dell'analisi economica, mentre nella prima metà del XX secolo le equazioni differenziali e i sistemi dinamici si affermarono come strumenti fondamentali della modellizzazione macroeconomica, soprattutto grazie ai contributi di Ragnar Frisch, Jan Tinbergen e Roy Harrod. All'interno di questa lunga tradizione di trasferimento metodologico, il MONIAC (Monetary National Income Analogue Computer), progettato nel 1949 da Alban William Housego Phillips (lo stesso economista della curva di Phillips), con la collaborazione di Walter Newlyn, occupa una posizione peculiare. Più che introdurre una nuova teoria economica, il MONIAC incorporava un modello macroeconomico keynesiano in un sistema fisico di tipo ingegneristico (Figura 1.3). Si trattava di un calcolatore analogico idraulico nel quale flussi d'acqua, serbatoi, valvole e meccanismi di retroazione rappresentavano le variabili macroeconomiche e le loro interazioni. Invece di risolvere le equazioni in forma simbolica o numerica, la macchina riproduceva le relazioni macroeconomiche attraverso il comportamento fisico dei fluidi. Il MONIAC rappresenta uno dei primi esempi operativi di simulazione analogica fisica applicata all'economia e una tappa fondamentale nel trasferimento dei metodi dell'ingegneria alla modellizzazione macroeconomica. La sua importanza risiede non solo nel suo valore didattico, ma anche nell'aver dimostrato che un modello economico poteva essere implementato come un dispositivo computazionale fisico, ponendo così un ponte tra teoria economica, ingegneria e calcolo analogico. Non a caso, essendo letteralmente un modello idraulico di stock e flussi, il MONIAC può essere considerato come un antenato dei modelli dinamici fondi-flussi (stock-flow consistent) che incontreremo nella Parte III del corso. Particolare curioso: il prototipo originale del MONIAC è oggi esposto nella reception della Leeds University Business School, con cui collaboro.
Le radici dell'approccio classico affondano nel Settecento, quando l'economia comincia a essere concepita come un sistema che si riproduce nel tempo e che, così facendo, genera un sovrappiù. Due sono i contributi fondamentali di questa fase. Il primo è quello di François Quesnay e dei fisiocratici francesi, i quali offrono la prima rappresentazione del processo economico come circuito, definendo con chiarezza la nozione di prodotto netto. Il secondo è quello di Adam Smith, che alla teoria del sovrappiù affianca una riflessione sistematica sul valore e sui prezzi, e che proprio per questo è considerato il fondatore dell'economia politica. In entrambi i casi troviamo, in nuce, i temi che percorreranno l'intero corso: la riproduzione del sistema, la formazione e la distribuzione del sovrappiù, il ruolo del lavoro come fonte e come misura del valore.
La scuola fisiocratica, affermatasi in Francia attorno alla metà del XVIII secolo, fu una vera scuola di pensiero, con un maestro riconosciuto, François Quesnay, e un fervente gruppo di seguaci (si rinvia a Screpanti e Zamagni, 2004). Il suo contributo scientifico più rilevante è il Tableau économique (1758), nel quale quattro aspetti meritano di essere sottolineati.
Il primo è la distinzione fra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, grazie alla quale la vera fonte della ricchezza viene individuata nel produit net: l'eccedenza ottenuta applicando lavoro alla terra, al netto di tutti i costi di reintegrazione (compresa la sussistenza dei lavoratori) - ossia in ciò che oggi chiameremmo il sovrappiù. Il secondo è l'idea di interdipendenza fra i diversi settori produttivi, con la connessa nozione di equilibrio macroeconomico. Il terzo è la rappresentazione degli scambi come un flusso circolare di beni e di denaro fra i settori. Il quarto è lo spostamento dell'interesse scientifico dallo stock di ricchezza, l'accumulo di metalli preziosi caro ai mercantilisti, al flusso del prodotto netto.
Nel modello, Quesnay ipotizza che il ciclo produttivo duri un anno e che il prodotto sia in parte consumato e in parte reimpiegato come input per l'anno successivo. Solo l'agricoltura è ritenuta capace di generare un'eccedenza sui costi di reintegrazione: i contadini, i fermiers, formano perciò la classe "produttiva". Chi opera nella manifattura costituisce la classe "sterile", non perché i suoi prodotti siano inutili, ma perché il valore del suo prodotto è considerato pari a quello degli input impiegati. I proprietari terrieri, infine, formano la classe "distributiva", il cui compito è spendere le rendite e avviare così la circolazione.
Un semplice esempio numerico può aiutare a chiarire il meccanismo. In un anno la classe produttiva ottiene un prodotto lordo di cinque miliardi di euro. Da questo occorre anzitutto detrarre il valore dei mezzi di produzione consumati nel corso dell'anno (sementi, reintegro degli strumenti e degli anticipi materiali), poniamo un miliardo. Ciò che residua, quattro miliardi, è il prodotto netto. Da esso si sottraggono poi i salari necessari alla sussistenza dei lavoratori, poniamo due miliardi. I restanti due miliardi costituiscono il sovrappiù, ripartito fra i profitti dei fermiers e le rendite dei proprietari terrieri. La circolazione del denaro e delle merci fra le tre classi assicura che, alla fine dell'anno, ciascun settore disponga esattamente degli input necessari a ricominciare. Il sistema, cioè, si riproduce nel tempo.
Una precisazione terminologica è qui doverosa, perché i fisiocratici impiegavano le parole in modo parzialmente diverso dal nostro. Ciò che essi chiamavano produit net non è il "prodotto netto" dell'esempio (prodotto lordo meno mezzi di produzione), bensì il solo sovrappiù, che per giunta identificavano interamente con la rendita fondiaria incassata dalla classe dei proprietari. Ai loro occhi, infatti, sia i salari di sussistenza sia il rendimento ordinario dei fermiers rientravano nelle anticipazioni (avances) da reintegrare, cioè fra i costi di produzione, e non nel prodotto netto. Il loro produit net corrisponde dunque a ciò che qui chiamiamo sovrappiù. Il "prodotto netto" in senso moderno - il valore aggiunto, pari alla somma di salari e sovrappiù - è, invece, una categoria che essi non isolavano, avendo assimilato la sussistenza dei lavoratori al capitale anticipato.
![]() Figura 1.4 - Il Tableau économique di François Quesnay (1758), in versione stilizzata. È la prima rappresentazione formale dell'economia come flusso circolare: il prodotto annuo e la moneta circolano fra tre classi, ossia la classe produttiva (l'agricoltura, l'unica che secondo i fisiocratici genera un produit net, cioè un'eccedenza rispetto ai mezzi impiegati), i proprietari terrieri (che ricevono il sovrappiù sotto forma di rendita) e la classe sterile (artigiani e manifattura, che trasformano i prodotti senza accrescerne il valore complessivo). Le frecce a zig-zag tracciano gli acquisti reciproci fra le classi: spesa dopo spesa, ciascuna rispende metà di ciò che incassa, sicché il produit net generato in agricoltura si ridistribuisce all'intero sistema secondo la serie geometrica 1 + ½ + ¼ + … = 2, la stessa logica del moltiplicatore keynesiano (Box 1). Rigenerato ogni anno dall'agricoltura, il sovrappiù consente al sistema di riprodursi identico. Concependo la produzione come processo circolare, e non come catena lineare dai fattori al prodotto, il Tableau è l'antenato diretto degli schemi di riproduzione di Marx, del modello input-output di Leontief e del sistema dei prezzi di Sraffa, cioè della tradizione classica del sovrappiù che percorre questo corso. |
L'importanza del Tableau per il nostro percorso è duplice. Da un lato, esso definisce in modo netto il produit net come eccedenza del prodotto sui costi di riproduzione. Rappresenta, dunque, la prima formulazione rigorosa del concetto di sovrappiù, che ritroveremo in Ricardo, in Marx e in Sraffa. Dall'altro, esso è un vero e proprio schema di circuito ante litteram, un modello di riproduzione in cui i flussi fra settori sono rappresentati in modo sistematico. Le grandezze del Tableau sono espresse in moneta, e ciò che il quadro raffigura è propriamente una circolazione di denaro, cui corrisponde, in senso inverso, un flusso di merci.
La moneta, tuttavia, vi svolge il ruolo di puro mezzo di circolazione, un velo neutrale che fa transitare il prodotto e non una condizione dell'avvio della produzione. Non siamo ancora, cioè, di fronte al circuito monetario della produzione, nel quale moneta e credito diventano premesse essenziali del processo produttivo. Il sovrappiù stesso, del resto, è concepito dai fisiocratici in termini reali, come prodotto netto (fisico) dell'agricoltura. Sarà proprio la trasformazione di questo schema in un vero circuito monetario della produzione, insieme alla sua formalizzazione nei modelli input-output e fondi-flussi, uno degli approdi della parte finale del corso.
Dal modello Quesnay trae anche due conseguenze politiche. La prima è che il sistema economico possiede una capacità "naturale" di riprodursi, purché non sia ostacolato dall'intervento delle autorità: è questa la radice della massima laissez faire, laissez passer, dunque del liberismo economico. La seconda è la proposta dell'impôt unique, l'imposta unica sul prodotto netto, ritenuto l'unica grandezza realmente tassabile senza intaccare le condizioni della riproduzione. Il limite principale della costruzione fisiocratica sta, semmai, nell'attribuire carattere produttivo alla sola agricoltura. Sarà Smith a superare questa restrizione, estendendo la capacità di produrre sovrappiù al lavoro in generale.
Con Adam Smith e la Ricchezza delle nazioni (1776) l'economia politica classica assume forma sistematica. Smith cerca di spiegare il valore delle merci indipendentemente dalle oscillazioni del mercato. Il valore ha per lui uno statuto oggettivo, definito dalle condizioni, ossia dai costi, della produzione. Di qui la distinzione fra valore d'uso, l'utilità di un bene, e valore di scambio, il suo potere di scambiarsi con altre merci, espresso dai prezzi relativi. Il celebre paradosso dell'acqua e dei diamanti (l'acqua, utilissima, non ha quasi valore di scambio; i diamanti, di scarsa utilità, ne hanno moltissimo) va letto in questa luce. Più che "risolverlo", Smith ribadisce la propria ricerca di un valore oggettivo: proprio perché l'utilità è una grandezza soggettiva e non misurabile, egli la scarta come fondamento del valore e àncora il valore di scambio al costo di produzione.
I marginalisti, più di un secolo dopo, legheranno sì il prezzo all'utilità marginale, ma quella "soluzione" comporta due perdite. In primo luogo, si smarrisce la distinzione fra valore e prezzo, essenziale per i classici, perché il prezzo diventa l'unica realtà e la nozione di valore come grandezza distinta svanisce. In secondo luogo, l'impianto che ne risulta è intrinsecamente circolare: non spiega la moneta se non in modo circolare, e nella sua versione più matura, la teoria delle preferenze rivelate, deduce le preferenze dalle scelte e le scelte dalle preferenze, senza in ultima istanza dare risposta alla domanda di Smith.
Sul terreno della misura del valore Smith avanza, in realtà, tre diverse impostazioni, non del tutto conciliabili fra loro.
La prima è la teoria del lavoro contenuto (labour embodied): in uno "stato primitivo e rozzo" della società, le merci si scambiano in proporzione alle quantità di lavoro necessarie a produrle. Se occorrono due giorni per cacciare un castoro e uno per un cervo, un castoro si scambierà con due cervi. In questa condizione, nella quale, osserva Smith, l'intero prodotto del lavoro appartiene al lavoratore, il lavoro contenuto misura correttamente il valore di scambio.
La seconda è la teoria del lavoro comandato (labour commanded). Il valore di una merce è misurato dalla quantità di lavoro che essa può acquistare, o "comandare", sul mercato. Nella società pre-capitalistica le due misure coincidono. Ma nella società capitalistica, dove capitale e terra sono di proprietà privata e vanno remunerati con profitti e rendite, il lavoro comandato da una merce diventa maggiore del lavoro in essa contenuto, e tanto maggiore quanto più alto è il profitto. Smith predilige questa seconda misura, che è in sostanza un prezzo relativo: il lavoro che la merce è in grado di comprare.
La terza è la teoria additiva dei prezzi (adding-up): il valore, o prezzo naturale, di una merce è dato dalla somma dei redditi necessari a produrla (salari, profitti e rendite) quando questi sono calcolati ai loro saggi naturali (determinati dalla concorrenza). Questa impostazione nasce da alcune affermazioni in cui Smith presenta i tre redditi come le "fonti originarie" del valore. Qui si annida, però, un problema. Finché il profitto è concepito come un residuo, ossia come ciò che resta del valore prodotto dopo aver pagato i salari, la teoria del lavoro comandato regge come teoria dei prezzi. Se, invece, si interpretano i redditi come fonti prime del valore, determinate autonomamente sui mercati dei fattori, la loro somma verrebbe a determinare il valore del bene: è la deriva additiva, che apre la porta alle spiegazioni dei prezzi fondate sulla domanda e prefigura l'impostazione marginalista.
Le tre impostazioni di Smith possono essere formalizzate costruendo il più semplice dei modelli classici, che ci accompagnerà, via via arricchito, nelle sezioni successive. Consideriamo un'economia in cui ogni settore produce una quantità di merce impiegando lavoro. Astraiamo, per il momento, dalla rendita (immaginando la terra libera o abbondante), così da isolare il rapporto fra salari e profitti. In Smith si può assumere che l'unico capitale anticipato sia costituito dai salari, il monte salari. Poiché la produzione richiede tempo, i salari vanno anticipati ai lavoratori prima che il prodotto sia venduto: è in ciò che consiste il loro carattere di capitale, ed è su di essi che matura il profitto.
Indichiamo con il lavoro complessivamente impiegato nel settore e con il lavoro per unità di prodotto, con il salario monetario uniforme e con il saggio di profitto (per il momento anche diverso da settore a settore).
Il valore complessivo delle merci, inteso come lavoro contenuto, è definito da . Il valore della singola merce è dunque:
Il valore-lavoro di un'unità prodotta coincide con il lavoro diretto impiegato per ottenerla.
Il prezzo naturale è pari al capitale anticipato (il monte salari) più il profitto che su di esso matura:
Il prezzo espresso in lavoro comandato, , è allora:
Il confronto con il lavoro contenuto è immediato:
Il lavoro comandato eccede il lavoro contenuto se e solo se , cioè esattamente in ragione del profitto. Ciò definisce la struttura dei prezzi relativi. Per due merci qualsiasi - 1 e 2 - si ha, infatti, che:
Nello "stato primitivo e rozzo", con , i prezzi relativi coincidono con i rapporti fra i lavori contenuti, . Con profitti positivi, ed eventualmente diversi fra settori, i prezzi se ne discostano.
Inoltre, moltiplicando per le quantità, il valore del prodotto si scompone in salari e profitti. Da qui nasce la lettura additiva:
dove è il monte salari e la massa dei profitti. Il sovrappiù dell'economia coincide, in questo schema, con il profitto aggregato (la rendita, qui trascurata, ne costituirebbe un'ulteriore detrazione).
Se è lecito scrivere il prezzo come somma dei redditi, è invece un errore leggere quei redditi come fonti prime del valore. Se salari e profitti fossero determinati in modo indipendente, la relazione fisserebbe simultaneamente il salario e il saggio di profitto, e il sistema risulterebbe sovradeterminato. Coerenza richiede che il profitto sia un residuo. Omettendo i pedici, dato il salario reale , dall'equazione del prezzo (1.2) si ricava:
Il saggio di profitto è così determinato per differenza, una volta dato il salario reale, secondo la relazione inversa fra salario e profitto che sarà il cuore dell'analisi ricardiana della distribuzione. Si intravede già, del resto, il nesso con lo sfruttamento: data la tecnologia, un'unità di lavoro produce unità di merce, ma il lavoratore ne riceve soltanto (è la condizione , cioè ), e la differenza è il sovrappiù che si trasforma in profitto. Si tratta, per ora, di una semplice intuizione. La sua formulazione rigorosa richiederà la distinzione, propria di Marx, fra il lavoro e la forza-lavoro, il cui valore è inferiore al valore che essa è in grado di creare.
💡 Le tre teorie dei prezzi di Smith. Le tre impostazioni di Smith si lasciano riassumere così: il valore come lavoro contenuto, ; la misura del valore come lavoro comandato, ; la scomposizione additiva del prezzo, . Le prime due misure coincidono solo se ; la terza è legittima come contabilità del valore, ma fallace se interpreta i redditi come sue fonti prime.
Dietro il passaggio dal lavoro contenuto al lavoro comandato si cela un'intuizione destinata a lunga fortuna. Nello stato primitivo l'intero prodotto del lavoro spetta al lavoratore. Tuttavia, non appena il capitale e la terra diventano proprietà privata, il lavoratore deve dividere il prodotto con il capitalista e con il proprietario fondiario. Profitto e rendita si configurano, allora, come detrazioni dal prodotto del lavoro. In questa idea, che il profitto sia parte del valore creato dal lavoro e da esso sottratta, Smith adombra una teoria del profitto fondata sullo sfruttamento, che Ricardo renderà più rigorosa e che Marx porrà al centro della propria critica. Non a caso alcuni interpreti colgono in Smith la tensione fra l'"essere" della storia e il "dover essere" dell'ordine naturale, tensione da cui scaturisce precisamente l'anticipazione di una teoria del profitto come sfruttamento (Screpanti e Zamagni, 2004).
La Figura 1.5 raffigura il capitalismo come un sistema che si riproduce nel tempo: il processo produttivo combina i fattori lavoro, terra e macchine, e genera un prodotto lordo. Da questo, sottraendo i mezzi di produzione consumati, si ottiene il prodotto netto, da cui, detraendone il fondo salari si isola il sovrappiù. Infine, da quest'ultimo, tolta la rendita, residua il profitto. A ciascuna detrazione corrisponde un reddito e una classe sociale: i lavoratori salariati percepiscono il fondo salari, i proprietari terrieri la rendita, i capitalisti il profitto. Lo schema mostra al tempo stesso che la ripartizione del prodotto netto fra le classi è l'esito di un conflitto (la lotta di classe) e che una parte del profitto viene reinvestita, alimentando il ciclo produttivo successivo e, con esso, la riproduzione (eventualmente allargata) del sistema. Rispetto al modello minimo della sezione precedente, la figura anticipa due elementi che entreranno in scena più avanti - i mezzi di produzione (il capitale costante, con Marx) e la rendita (con Ricardo) - e costituisce perciò la mappa concettuale, dal prodotto lordo al profitto, lungo la quale si muoverà l'intera Parte I.
![]() Figura 1.5 - Lo schema della riproduzione e le classi sociali. Il processo produttivo combina lavoro, terra, macchine, e genera il prodotto lordo. Le detrazioni successive (mezzi di produzione, fondo salari, rendita) conducono dal prodotto lordo al prodotto netto, al sovrappiù e infine al profitto. I tre redditi (salari, rendita, profitto) remunerano rispettivamente lavoratori salariati, proprietari terrieri e capitalisti. La loro ripartizione è oggetto della lotta di classe, mentre la quota di profitto reinvestita rende possibile la riproduzione del sistema. |
La teoria del lavoro comandato non serve solo a spiegare i prezzi. Per Smith è anche lo strumento con cui misurare la ricchezza. La domanda di ricerca della Ricchezza delle nazioni è, infatti, quale sia la causa e la giusta misura della ricchezza reale di una nazione. Contro i mercantilisti, che identificavano la ricchezza con lo stock di metalli preziosi, Smith la definisce come "il prodotto annuale della terra e del lavoro" del paese, ossia come un flusso di reddito che corrisponde grosso modo a ciò che oggi chiamiamo prodotto interno lordo.
Sorge però un problema di misura. Ricchezza e reddito sono aggregati eterogenei, e una misura monetaria è inaffidabile, perché il valore reale della moneta cambia nel tempo (inflazione). Serve un metro più stabile. Smith lo individua proprio nel lavoro comandato: misurare il prodotto in base alla quantità di lavoro che esso è in grado di acquistare significa disporre di un deflatore naturale, che consente di confrontare la ricchezza di un paese nel tempo e fra luoghi diversi. Formalmente, se è il valore monetario del prodotto complessivo, il lavoro comandato da quel prodotto, , funge da deflatore, riconducendo a un metro omogeneo aggregati altrimenti eterogenei. Sul piano operativo, ciò equivale ad assumere la sostanziale costanza del salario, il metro prescelto. Dietro questa scelta agisce però una tesi smithiana più profonda: che il lavoro sia una misura invariabile del valore, giacché costante sarebbe la "fatica" che una data quantità di lavoro costa a chi la eroga. È precisamente questa pretesa che Ricardo metterà in discussione, aprendo il problema della misura invariabile del valore.
Resta da chiarire come i prezzi effettivi si formino. Smith distingue il prezzo di mercato, che è il prezzo corrente in un dato momento, dal prezzo naturale, che è il prezzo di lungo periodo, corrispondente ai costi di produzione quando i fattori sono remunerati ai loro saggi naturali (determinati dalla concorrenza). I due prezzi non coincidono istante per istante, ma il primo gravita attorno al secondo. Se il prezzo di mercato eccede quello naturale, i capitali affluiscono nel settore e la maggiore offerta lo riporta verso il basso. Se è inferiore, i capitali defluiscono, con l'effetto opposto. È il meccanismo della mano invisibile: la concorrenza, mossa dall'interesse individuale, fa sì che vengano prodotti i beni domandati, con i metodi più efficienti e al prezzo più basso compatibile con un profitto normale. Lo stesso movimento di capitali che regola la gravitazione tende, inoltre, a uniformare i saggi di profitto settoriali a un unico saggio . È questa uniformità a rendere ben definiti i prezzi naturali, e sarà il nucleo della teoria dei prezzi di produzione che svilupperemo con Ricardo e con Marx.
Le due "anime" di Smith già incontrate nella sezione precedente - quella macroeconomica, imperniata sulla teoria del sovrappiù, e quella microeconomica, imperniata sull'equilibrio concorrenziale - vanno qui integrate da una terza, spesso trascurata: l'anima istituzionalista, che guarda al mercato come a un insieme di istituzioni e ai fondamenti morali e giuridici dell'ordine sociale. È lungo la frattura fra le prime due, corrispondente all'asse fra "società, conflitto e riproduzione" e "individuo, mercato e scarsità" della Figura 1, che si separeranno le strade dell'approccio del sovrappiù e della rivoluzione marginalista. Sarà David Ricardo, come vedremo, a riprendere e sistematizzare l'anima macroeconomica, ponendo al centro la distribuzione del prodotto fra le classi e il conflitto che l'accompagna.
Se in Smith la teoria del sovrappiù convive con l'anima dell'equilibrio concorrenziale, in David Ricardo (1772-1823) l'approccio classico raggiunge la sua forma più rigorosa e conflittuale. Per Ricardo l'economia è la scienza che studia la distribuzione del prodotto fra le tre classi della società capitalistica (lavoratori salariati, capitalisti e proprietari fondiari) e il suo oggetto precipuo è la determinazione del saggio di profitto e del suo andamento, da cui dipende il ritmo dell'accumulazione. Poiché ciò che va a una classe non può andare a un'altra, la distribuzione è, per costruzione, un terreno di conflitto.
Il quadro storico è quello dell'Età della Restaurazione, dal Congresso di Vienna (1815) alle rivoluzioni del 1848, e in particolare della battaglia sulle Corn Laws, le tariffe protezionistiche sul grano approvate nel 1816 e abrogate solo nel 1846. La posta in gioco è il modello di sviluppo del paese - agricoltura o industria - e dietro le teorie si scorge lo scontro fra "vecchi" proprietari terrieri e nascente borghesia industriale, di cui Ricardo è il portavoce teorico.
Nel Saggio sull'influenza di un basso prezzo del grano sui profitti del capitale (1815), scritto al culmine del dibattito sulle Corn Laws, Ricardo riconduce il saggio "generale" del profitto al saggio di profitto del settore agricolo, e dunque alla rendita differenziale — una teoria formulata quasi contemporaneamente da Thomas Robert Malthus, Edward West e Robert Torrens, e già abbozzata da James Anderson nel 1777.
L'idea è la seguente. Finché le terre sono abbondanti, su di esse non si forma alcuna rendita. Ma non appena, per accrescere la produzione, si mettono a coltura terre meno fertili, sulle terre migliori si forma una rendita estensiva: la concorrenza fra capitalisti, disposti a pagare per accaparrarsi i suoli più produttivi, la fa emergere. La rendita è così la parte di sovrappiù (prodotto netto meno salari) che si tramuterebbe in profitto se non vi fossero differenze di fertilità. Non è un costo che determina il prezzo, ma un differenziale determinato al margine. La stessa logica vale in forma intensiva: intensificando gli investimenti su una data terra, la produttività dell'ultima dose di lavoro e capitale decresce, ed è questa "legge dei rendimenti marginali decrescenti" (che i marginalisti riprenderanno più tardi) a generare il differenziale (come mostrato dalla Figura 1.6).
Man mano che la coltivazione si estende, il saggio del profitto scende verso il livello conseguibile sulla terra marginale, le rendite aumentano e, oltre un certo limite, si riduce anche la massa dei profitti. E poiché i capitali si spostano verso i settori più redditizi, la caduta del saggio di profitto agricolo trascina al ribasso, per concorrenza, l'intero saggio generale.
Il nucleo analitico di questo argomento è il celebre modello grano-grano. Si supponga che il capitale sia costituito soltanto da grano anticipato ai lavoratori in forma di salario (il monte salari della 1.2, ora in grano). Allora il saggio di profitto agricolo, determinato in termini fisici e a prescindere dal sistema dei prezzi, determina il saggio generale.
Su una terra marginale il prodotto netto è:
dove è il lavoro impiegato e il prodotto (netto) per lavoratore, decrescente (). Il saggio di profitto agricolo sulla terra marginale, dove non si paga rendita, è allora:
con il salario (in grano) per lavoratore. La (1.9) esprime, in forma trasparente, la relazione inversa fra saggio di profitto e salario: se è fisso al livello di sussistenza, è determinato per residuo e si riduce all'aumentare di , cioè al decrescere di .
Sulla terra inframarginale la massa dei profitti è:
mentre la rendita ivi conseguita è il residuo che eccede salari e profitti:
La (1.11) mostra con chiarezza che la rendita è un reddito che deriva dalla differenza di fertilità (o dalla produttività decrescente del lavoro agricolo). All'estendersi della coltivazione - per esempio a seguito dell'introduzione di dazi sul grano - la rendita totale aumenta (le terre marginali, prima esenti, diventano inframarginali), il monte salari totale aumenta, e la massa dei profitti si riduce, poiché tende a e quindi tende a zero. È lo spettro dello stato stazionario.
|
| Figura 1.6 - La rendita differenziale ricardiana. Al crescere dell'intensità di coltivazione (o con la messa a coltura di terre meno fertili) il prodotto marginale del lavoro a diminuisce. Dato il salario di sussistenza w̄, al margine Lm il prodotto am si divide fra salari e profitti, mentre la rendita è il sovrappiù delle dosi intra-marginali, pari all'area al di sopra di am. Nel punto S, dove a = w̄, il profitto si annulla (stato stazionario). |
Questa configurazione distributiva si lascia riassumere in un unico diagramma (Figura 1.6). In ascissa è la quantità di lavoro , ossia l'intensità della coltivazione. In ordinata il prodotto marginale del lavoro , decrescente. Dato il salario di sussistenza , al margine l'ultima dose di lavoro rende , che si ripartisce fra salari () e profitti (), coerentemente con la (1.9). La rendita è invece il sovrappiù delle dosi intra-marginali, l'area compresa fra la curva e la retta , ossia la (1.11) letta graficamente. All'estendersi della coltivazione il margine si sposta verso destra e scende verso . Le rendite si dilatano, i profitti si comprimono e il saggio di profitto tende a zero, fino al punto , in cui e il profitto si annulla - lo stato stazionario.
💡 Perché il salario gravita verso la sussistenza. Nel modello grano-grano, come in tutta l'analisi ricardiana, il salario reale è preso come dato al livello di sussistenza. Ma perché il salario tende proprio verso quel livello? La risposta dei classici poggia sulla legge della popolazione di Malthus. Nel Saggio sul principio di popolazione (pubblicato anonimo nel 1798), Malthus sostiene che la popolazione si espande ogniqualvolta il salario reale supera il livello necessario alla sussistenza e si contrae quando scende al di sotto di esso. La dimensione della popolazione lavoratrice è dunque endogena e reagisce, con un ritardo, alla remunerazione del lavoro. Ricardo e gli altri economisti classici costruiscono direttamente su questa premessa. Se un salario reale più elevato incoraggia la crescita della popolazione, il conseguente aumento dell'offerta di lavoro riporta il salario verso il basso. Viceversa, un salario inferiore alla sussistenza frena la popolazione e lascia che il salario si riprenda. Il prezzo naturale del lavoro è pertanto il salario che mantiene stazionaria la popolazione lavoratrice, e il salario di mercato vi è attratto nel medio-lungo periodo, pur potendosene discostare per periodi anche prolungati. Questo meccanismo si lascia formalizzare, con un linguaggio mutuato dall'ecologia, come un modello preda-predatore di tipo Lotka-Volterra: il salario è la "preda" e la popolazione il "predatore". Un salario elevato alimenta la crescita della popolazione, una popolazione numerosa deprime il salario, e il salario reale oscilla di conseguenza attorno al proprio valore di sussistenza (il prezzo naturale del lavoro), anziché collocarvisi immediatamente. L'animazione lo rende visibile: il diagramma delle fasi traccia un'orbita chiusa attorno al punto di sussistenza, mentre le traiettorie temporali del salario e della popolazione descrivono fluttuazioni ritardate e auto-sostenute. Il medesimo modello preda-predatore riaffiora, in veste diversa, quando dalla relazione salario-popolazione si passa alla dinamica ciclica fra accumulazione, occupazione e distribuzione: è il modello di Goodwin, che incontreremo trattando di Marx (sezione 1.4).
|
| Figura 1.7 - La dinamica salario-popolazione come sistema preda-predatore (Lotka-Volterra). Il diagramma delle fasi mostra un'orbita chiusa attorno al salario di sussistenza, mentre le traiettorie temporali del salario (la "preda") e della popolazione (il "predatore") oscillano in modo ritardato e auto-sostenuto attorno ai rispettivi valori di equilibrio. |
Il modello grano-grano è però implausibile, perché una sola merce vi compare come input e come output. Nei Principi di economia politica e della tassazione (1817) Ricardo abbandona quindi lo schema fisico e adotta una teoria del valore come lavoro contenuto. La teoria smithiana del lavoro comandato, obietta Ricardo, è viziata da circolo vizioso, perché affida la determinazione di un valore di scambio a un altro valore di scambio. Le merci si scambiano, invece, secondo le quantità di lavoro in esse contenute.
Riprendendo la struttura del prezzo naturale già vista in (1.2), il prezzo di produzione della merce -esima resta , e il lavoro da essa comandato , superiore al lavoro contenuto in ragione del profitto [cfr. (1.3) e (1.5)]. La novità decisiva è però l'ipotesi di uniformità tendenziale del saggio di profitto. Una volta che la concorrenza uniforma i saggi settoriali (), il valore di scambio delle due merci torna a essere definito dal solo contenuto di lavoro:
Causa e misura del valore coincidono: è questa la posizione di Ricardo, ed è ciò che lo distingue da Smith.
Se le merci si scambiano secondo il lavoro contenuto, il saggio di profitto può essere determinato in termini fisici anche fuori dal modello grano-grano. Basta sostituire al grano le quantità di lavoro. Si ottiene:
dove è il lavoro contenuto nel prodotto netto sociale, il lavoro necessario alla produzione dei beni-salario e la quota salari misurata in lavoro. Coerentemente con la (1.7), il saggio di profitto è ancora un residuo, e la massa del profitto non è che il lavoro impiegato nella produzione delle merci che non entra nel salario pagato ai lavoratori (ciò che Marx chiamerà "pluslavoro").
La teoria del valore-lavoro non è però esente da difficoltà, di cui Ricardo si occupa nelle sezioni IV e V del primo capitolo dei Principi. Il rapporto di scambio fra due merci dipende non solo dal loro contenuto di lavoro, ma anche dal tempo richiesto dall'investimento o, che è lo stesso, dalla ripartizione del capitale fra salari e mezzi di produzione (problema che emerge nel corso di uno scambio epistolare con Torrens).
Consideriamo il primo aspetto. Se due merci sono prodotte con il solo lavoro, ma investito per tempi diversi e , e il salario è anticipato, i prezzi in lavoro comandato diventano , sicché il prezzo relativo è:
Il rapporto di scambio torna dunque a dipendere dalla distribuzione (dal saggio ). In altri termini, è di nuovo un rapporto fra lavori comandati, non fra lavori contenuti. Per sottrarsi a questa dipendenza, Ricardo si mette alla ricerca di una misura invariabile del valore (sezione VI della III edizione): una merce che, prodotta in condizioni "medie" rispetto all'intero sistema, non muti di valore al variare della distribuzione. Non la troverà: ripiegherà su una determinazione soltanto approssimata (una teoria del valore-lavoro "valida al 93%"), e quella misura resterà, nelle parole di Marx, un tentativo di "quadratura del cerchio".
Vi è, inoltre, una circolarità di fondo. Perché il saggio di profitto agricolo determini quello generale attraverso la teoria del valore-lavoro, occorre che il salario sia composto in modo preponderante da grano e che l'uso di altri mezzi di produzione in agricoltura sia trascurabile. Ma queste sono esattamente le ipotesi del modello grano-grano (Napoleoni, 1973, p. 112). Il sistema ricardiano riceverà una formulazione matematica rigorosa e multisettoriale solo un secolo e mezzo più tardi, grazie ai contributi di Piero Sraffa e di Luigi Ludovico Pasinetti.
La distribuzione, in Ricardo, è dunque il luogo di due conflitti distinti. Il primo oppone i proprietari terrieri alla borghesia industriale: un aumento del prezzo del grano accresce la rendita e il costo dei salari, e comprime il saggio di profitto. Il secondo oppone capitalisti e lavoratori. Tuttavia, poiché il salario è fissato al livello di sussistenza, questo conflitto si sposta dal salario al livello dell'occupazione.
È qui che si colloca la celebre questione delle macchine, sulla quale Ricardo mutò opinione in modo netto. Si tratta di uno dei rari casi in cui un grande economista ritratta pubblicamente le proprie posizioni. Nelle prime due edizioni dei Principi (1817 e 1819) egli negava, infatti, che l'introduzione di macchinari potesse generare disoccupazione durevole. Seguendo la logica della legge di Say, riteneva che la manodopera sostituita dalle macchine in alcuni settori venisse riassorbita dalla maggiore domanda proveniente dagli altri, sicché l'eventuale disoccupazione sarebbe stata soltanto temporanea e frizionale.
Nella terza edizione (1821) aggiunse però un nuovo capitolo, intitolato "On Machinery", in cui cambiava idea. In condizioni di piena occupazione, spiegava, impiegare macchine significa convertire capitale circolante in capitale fisso, sottraendo risorse al fondo salari (l'ammontare di beni-salario disponibile per pagare i lavoratori). Il prodotto lordo, e con esso la domanda di lavoro, possono allora ridursi, e una parte della manodopera prima occupata resta senza impiego, senza alcuna garanzia di essere riassorbita rapidamente. La disoccupazione tecnologica diventa così una possibilità reale, non un semplice attrito di breve periodo. È una crepa importante nell'ottimismo classico sul riassorbimento automatico della manodopera, e fa di Ricardo un antesignano dei dibattiti odierni su automazione e lavoro (si pensi alle preoccupazioni suscitate dall'intelligenza artificiale).
Ricardo esclude la possibilità di una sovrapproduzione generalizzata, e dunque di una caduta del saggio di profitto che non provenga da un aumento del salario, sulla base della legge di Say. È l'origine di un fecondo dibattito con Malthus.
Malthus osserva che i profitti, a differenza di salari e rendite, vengono in gran parte risparmiati: se la quota dei profitti cresce, il potere d'acquisto pagato ai lavoratori (il fondo salari) può risultare insufficiente a realizzare il valore delle merci prodotte. La sua soluzione è favorire la rendita, cioè il consumo improduttivo dei proprietari terrieri, che fornirebbe la domanda mancante - donde la difesa delle Corn Laws. Ricardo replica che, se esiste il potere d'acquisto, esiste anche la volontà d'acquisto: i risparmi dei capitalisti si traducono sempre in domanda per investimenti, ossia nella messa all'opera di nuova forza-lavoro. In altri termini, risparmiare è spendere (nel senso di investire).
Il punto debole è che Ricardo ipotizza ciò che andrebbe dimostrato. Sennonché, per confutarlo, Malthus avrebbe dovuto mettere in discussione la legge di Say, cosa che non fece. Va, però, aggiunta una precisazione: nell'uso classico, la legge di Say non garantiva la piena occupazione, ma solo l'impossibilità di un'insufficienza della domanda per i beni riproducibili. La piena occupazione era semmai assicurata, nel lungo periodo, dal meccanismo malthusiano della popolazione. Proprio il ripensamento sulle macchine (con la possibile non coincidenza fra composizione della domanda e composizione dell'offerta) lascia, però, trasparire una riconsiderazione più generale della legge di Say da parte di Ricardo.
La battaglia teorica era, per Ricardo, funzionale alla battaglia politica per il libero scambio. Abrogare le Corn Laws significava lasciar entrare nel Regno Unito grano estero a basso prezzo. Ciò avrebbe ridotto il salario monetario di sussistenza, accresciuto il saggio di profitto e contrastato così la sua tendenza alla caduta, sostenendo l'accumulazione. È questo il fondamento della teoria ricardiana dei vantaggi comparati. Anche quando un paese è meno efficiente in tutte le produzioni, conviene che si specializzi in quelle in cui è relativamente meno svantaggiato (ossia ha un minore costo opportunità) e scambiare.
Al di là della presa di posizione a favore del commercio internazionale, ciò che qui conta è che la politica commerciale è, per Ricardo, uno strumento del conflitto distributivo: contro la rendita, a favore del profitto e dell'industria. Ricardo lascia così in eredità il nucleo dell'approccio del sovrappiù (la distribuzione come conflitto, il saggio di profitto come residuo, la sua tendenza alla caduta) insieme a una teoria del valore-lavoro gravata da problemi irrisolti (la misura invariabile, l'effetto della distribuzione sui prezzi relativi). Sarà Marx, come vedremo, a raccoglierli e a radicalizzarli in senso socialista, ponendo al centro la distinzione fra lavoro e forza-lavoro e la teoria dello sfruttamento.
Con Karl Marx (1818-1883) l'approccio classico raggiunge il suo esito più radicale e, insieme, la sua metamorfosi in critica dell'economia politica. Marx eredita da Petty, Quesnay, Smith e soprattutto Ricardo le categorie di classe, costo di produzione, valore-lavoro e sovrappiù, ma ne rovescia il significato: ciò che nei classici appare come l'ordine naturale di un'economia di mercato, diventa, in Marx, un modo di produzione storicamente determinato e attraversato da contraddizioni. Il punto di partenza è il nodo lasciato irrisolto da Ricardo e sollevato dai socialisti ricardiani (Hodgskin, Thompson, Bray): se il valore è creato dal lavoro, da dove viene il profitto del capitale? La risposta di Marx - una teoria dello sfruttamento fondata sulla distinzione fra lavoro e forza-lavoro - dà finalmente rigore all'intuizione già incontrata in Smith (sezione 1.2.4) e in Ricardo. Attorno ad essa Marx costruisce un'analisi dell'accumulazione e della crisi che, come vedremo, anticipa gran parte degli sviluppi modellistici della Parte III.
Un aspetto metodologico attraversa tutta l'opera di Marx, per il quale un conto sono gli individui, altro è la classe. Le "leggi di movimento" del capitalismo operano alle spalle degli agenti, come proprietà emergenti del sistema e non come semplice somma dei comportamenti individuali - un'intuizione che, come vedremo, prefigura l'approccio dei sistemi complessi (sezione 3.3).
L'analisi comincia dalla merce, la "cellula elementare" del capitalismo. Ogni merce possiede un valore d'uso (la sua utilità concreta) e un valore di scambio (la proporzione in cui si scambia con altre merci). Ma perché due merci si scambino in una data proporzione, devono avere qualcosa in comune e misurabile: per Marx è il valore, definito come la quantità di lavoro astratto socialmente necessario a produrle. "Astratto" indica il lavoro ridotto a puro dispendio di energia umana, al di là delle sue forme concrete; "socialmente necessario" rinvia al tempo di lavoro mediamente richiesto nelle condizioni tecniche date - un tempo che dev'essere validato dalla vendita della merce contro denaro. Alla doppia natura della merce corrisponde così la doppia natura del lavoro: concreto (crea valori d'uso) e astratto (crea valore).
Da qui il feticismo delle merci: nello scambio generalizzato, i rapporti sociali fra i produttori assumono la forma di rapporti fra cose, e il valore appare come una proprietà naturale degli oggetti anziché come espressione di una determinata organizzazione sociale del lavoro. Svelare questa inversione - per cui relazioni fra individui e classi si presentano come relazioni fra oggetti - è il compito stesso della critica marxiana.
Nel capitalismo convivono due forme di circolazione. La prima è la circolazione semplice delle merci:
Si vende una merce () per denaro () allo scopo di acquistarne un'altra. Qui il denaro è mero mezzo di scambio tra due merci dotate di diversi valori d'uso e il fine è il consumo.
La seconda è la circolazione propriamente capitalistica:
con . Si anticipa denaro per acquistare merci e rivenderle a una somma maggiore. Ora il denaro non è più un lubrificante degli scambi, ma capitale: il fine non è il consumo, bensì la valorizzazione, cioè il profitto e l'accumulazione. Sorge, però, un problema. Se sul mercato si scambiano equivalenti, da dove nasce l'eccedenza ?
La risposta è che il capitalista deve trovare sul mercato una merce del tutto particolare, capace di creare, una volta impiegata nella produzione, più valore di quanto costi: la forza-lavoro. La forma , con la moneta che diventa capitale-denaro necessario per avviare la produzione, è già il germe di quel circuito monetario della produzione che riprenderemo nella sezione 3.2.
Per spiegare occorre spostarsi dalla circolazione alla produzione. Il capitalista anticipa denaro per acquistare due tipi di merci: i mezzi di produzione, il cui costo Marx chiama capitale costante , e la forza-lavoro, il cui costo è il capitale variabile . La distinzione è cruciale: i mezzi di produzione si limitano a trasferire il proprio valore al prodotto (per questo "costante"), mentre la forza-lavoro crea nuovo valore, in misura potenzialmente superiore al proprio costo. Il valore delle merci prodotte in ciascun settore è allora:
dove è il plusvalore.
Le grandezze sono, per costruzione, prezzi diretti: prezzi proporzionali ai contenuti di lavoro, in cui ogni capitalista realizza il plusvalore prodotto nel proprio settore. L'origine del plusvalore sta nella natura speciale della forza-lavoro: essa viene pagata al suo valore di scambio (il costo della sua riproduzione, ossia i beni-salario necessari al lavoratore), che corrisponde però solo a una frazione della giornata lavorativa - il tempo di lavoro necessario. Oltre quella frazione, il lavoratore continua a lavorare: è questo pluslavoro a generare il plusvalore. Qui l'intuizione smithiana e ricardiana dello sfruttamento (sezioni 1.2.4 e 1.3) trova finalmente il suo fondamento rigoroso, nella distinzione fra il lavoro (che il capitalista comanda per l'intera giornata) e la forza-lavoro (pagata al valore di riproduzione).
Detta la frazione della giornata coperta dal lavoro necessario, il saggio di plusvalore (o saggio di sfruttamento) è il rapporto fra pluslavoro e lavoro necessario:
che è la stessa forma del saggio di profitto in termini di lavoro incontrato in (1.13). Il valore di ciascuna merce si riscrive allora come:
Il plusvalore può crescere per due vie: allungando la giornata a parità di lavoro necessario (plusvalore assoluto) o riducendo il lavoro necessario grazie all'aumento della produttività nei settori dei beni-salario (plusvalore relativo), tipico delle fasi mature del capitalismo e legato a doppio filo all'innovazione tecnica.
I prezzi diretti della (1.16) descrivono un'economia in cui la concorrenza intersettoriale è ancora sospesa. Ma i prezzi diretti non possono essere i prezzi effettivi, e per rendersene conto occorre considerare almeno due settori con diversa composizione organica . A prezzi diretti, infatti, il saggio di profitto di ciascun settore, , dipende da : dato un saggio di sfruttamento uniforme, un settore ad alta composizione (molto capitale costante, poco lavoro vivo) mostrerebbe un saggio di profitto più basso, uno a bassa composizione un saggio più alto. Ma la concorrenza è compatibile con saggi di profitto diversi a parità di capitale anticipato. I capitali, infatti, si spostano finché il saggio non si livella.
I capitalisti fissano allora i prezzi applicando un unico saggio all'intero capitale , senza distinguere fra le sue componenti. Nascono così i prezzi di produzione (a loro volta, centri di gravitazione dei prezzi di mercato):
Per Marx, contro Ricardo, i prezzi di produzione (1.19) devono divergere da quelli diretti (1.18), settore per settore. Non è un difetto della teoria, ma l'esito della concorrenza. Eppure tale divergenza è una pura redistribuzione del plusvalore, un gioco a somma zero: ciò che un settore guadagna, un altro lo perde. In aggregato valgono, infatti, due identità fondamentali (il "principio di conservazione del valore"):
il profitto totale eguaglia il plusvalore totale, e la somma dei prezzi di produzione eguaglia la somma dei valori. In ossequio a Lucrezio (De rerum natura, I, 149-150) e al principio di conservazione dell'energia della termodinamica, nulla si crea e nulla si distrugge nel passaggio. La circolazione redistribuisce il valore prodotto, non lo genera. È così che Marx scioglie il nodo che aveva bloccato Ricardo (sezione 1.3.4): l'equivalenza di valore e lavoro non regge merce per merce, ma regge a livello dell'aggregato sociale, dove il lavoro resta la fonte del profitto.
Su questa base Marx riteneva di poter leggere il saggio generale del profitto direttamente dalle grandezze di valore, come rapporto fra plusvalore e capitale complessivamente anticipato:
con la composizione organica dell'intera economia. Il saggio di profitto cresce con lo sfruttamento e diminuisce con la composizione organica (relazione da cui deriva la tendenza alla caduta del saggio di profitto).
Un esempio numerico. Si considerino due settori con saggio di sfruttamento uniforme (dunque ): il settore 1 ad alta composizione organica, il settore 2 a bassa.
| Settore | C | V | S | Valore (Λ) | Saggio di profitto a prezzi diretti |
|---|---|---|---|---|---|
| 1 (alta composizione) | 80 | 20 | 20 | 120 | 20% |
| 2 (bassa composizione) | 50 | 50 | 50 | 150 | 50% |
| Totale | 130 | 70 | 70 | 270 | 35% |
A prezzi diretti i saggi di profitto dei due settori (20% e 50%) sono incompatibili con la concorrenza. Seguendo la procedura originale di Marx, che valuta gli input e ai loro prezzi diretti, il saggio generale è , e i prezzi di produzione valgono e : il settore 1 (alta composizione) guadagna (), il settore 2 (bassa composizione) perde (). La somma resta e il profitto totale : entrambe le identità (1.20) sono rispettate.
In un trattamento pienamente coerente, però, anche gli input andrebbero valutati ai prezzi di produzione, e il saggio non precederebbe più i prezzi ma sarebbe determinato insieme ad essi (si veda oltre).
In generale, con settori, la teoria si può riscrivere in forma matriciale (rivelandone la parentela con il modello input-output, di cui ci occuperemo in dettaglio nella sezione 3.1). Siano la matrice dei coefficienti di capitale circolante (l'elemento è la quantità del bene impiegata per produrre una unità del bene ), il vettore riga dei coefficienti di lavoro diretto e il vettore dei prodotti lordi. I valori o prezzi diretti (vettore riga ) risolvono , ossia:
dove è la matrice inversa di Leontief (che discuteremo in dettaglio più avanti). I prezzi di produzione (vettore riga ), valutando gli input al loro prezzo effettivo e anticipando il salario monetario , risolvono a loro volta:
È questo, come vedremo, esattamente il sistema di prezzi che Piero Sraffa ricaverà nel 1960 (sezione 2.3), fondato sull'inversa di Leontief del modello input-output (sezione 3.1).
Proprio la (1.23), però, sembra far scomparire ogni riferimento al valore: i prezzi risultano determinati dalle sole condizioni tecniche e da una variabile distributiva. Di qui la lunga vexata quaestio della trasformazione (si rinvia a Veronese Passarella, 2009).
La chiave per scioglierla consiste nel misurare le grandezze marxiane fin dall'inizio in moneta, e nel riferire la legge del valore non al prodotto lordo, ma al prodotto netto (si vedano, ad esempio, Foley 1982, e Duménil e Foley, 2008). Il valore aggiunto monetario esprime allora esattamente il lavoro vivo complessivamente speso, , tramite l'espressione monetaria del tempo di lavoro (MELT). Definendo il salario come quota del valore aggiunto, si ritrova l'identità : il profitto monetario totale è pluslavoro.
In questo quadro coerente, però, gli input e vanno anch'essi valutati a prezzi di produzione. Ne deriva che il saggio di profitto non può essere determinato prima e indipendentemente dai prezzi, come Marx riteneva in base alla (1.21), ma emerge simultaneamente ad essi, quale soluzione del sistema (1.23) una volta dati la tecnica e il salario monetario. Ciò che si conserva rigorosamente è la sola identità aggregata , ancorata al prodotto netto tramite la MELT, mentre il saggio di profitto viene calcolato sulla base dei prezzi di produzione. La funzione della teoria del valore, del resto, non è mai stata calcolare i prezzi relativi (compito che spetta alle condizioni tecniche e alla distribuzione), bensì svelare l'origine sociale del profitto dal pluslavoro.
Nel Libro II del Capitale Marx affronta un problema che i classici avevano lasciato sullo sfondo: a quali condizioni il sistema capitalistico può riprodursi nel tempo, cioè rinnovare periodo dopo periodo le proprie premesse materiali, sia mantenendo invariata la scala della produzione sia ampliandola. A questo scopo introduce i celebri schemi di riproduzione, esplicitamente ispirati al Tableau di Quesnay (sezione 1.2.1).
Seguendo Marx, immaginiamo un'economia divisa in due settori: il settore 1 produce beni capitali (mezzi di produzione), il settore 2 produce beni di consumo. Supponiamo, inoltre, che le merci siano scambiate ai loro prezzi diretti (la concorrenza intersettoriale è ancora sospesa, come nella sezione 1.4.3). Dalla (1.16) segue che il valore del prodotto del settore 1 è , mentre quello del settore 2 è .
Il punto decisivo è che i due prodotti hanno destinazioni d'uso diverse: l'intero prodotto del settore 1 è costituito da mezzi di produzione, che possono essere acquistati soltanto come capitale costante; l'intero prodotto del settore 2 è costituito da beni di consumo, che possono essere acquistati soltanto come reddito speso da lavoratori e capitalisti. È da questa asimmetria che discendono le condizioni di equilibrio.
Riproduzione semplice. Nella riproduzione semplice l'intero plusvalore è consumato dai capitalisti, non vi è accumulazione netta e la scala resta invariata. Il valore prodotto, però, si realizza solo se trova sul mercato una domanda monetaria adeguata. Esaminiamo dunque i due mercati.
Sul mercato dei beni capitali (settore 1) l'offerta è l'intero prodotto del settore, . La domanda proviene da entrambi i settori, che devono reintegrare i mezzi di produzione consumati nel periodo, ossia il proprio capitale costante, . Uguagliando offerta e domanda:
Sul mercato dei beni di consumo (settore 2) l'offerta è . La domanda proviene dai lavoratori, che spendono l'intero salario (), e dai capitalisti, che nella riproduzione semplice consumano tutto il plusvalore ():
In un'economia a due beni le due condizioni non sono indipendenti: se un mercato è in equilibrio, lo è necessariamente anche l'altro (è una forma della legge di Walras). Basta dunque prenderne uno. Semplificando i termini comuni - nella prima equazione, oppure nella seconda - si ottiene in entrambi i casi la condizione di riproduzione semplice:
Il significato è il seguente: i salari e i profitti generati nel settore dei beni capitali (), spesi in beni di consumo, devono eguagliare il capitale costante di cui ha bisogno il settore che quei beni di consumo produce (). I due settori dipendono l'uno dall'altro - il settore 1 deve vendere mezzi di produzione al settore 2, il settore 2 deve vendere beni di consumo ai lavoratori e ai capitalisti del settore 1 - e l'equilibrio si regge su una proporzione precisa fra le loro grandezze.
Riproduzione allargata. Consideriamo ora il caso in cui una parte del plusvalore, anziché essere consumata, viene accumulata, dando luogo a un'espansione della scala produttiva. Indichiamo con la frazione del plusvalore del settore destinata all'accumulazione: essa viene spesa in nuovi mezzi di produzione, mentre la parte restante, , è consumata dai capitalisti. Rispetto alla riproduzione semplice cambiano entrambe le domande.
Sul mercato dei beni capitali la domanda, oltre a reintegrare il capitale costante dei due settori, include ora il plusvalore che entrambi destinano all'accumulazione, :
Sul mercato dei beni di consumo la domanda si riduce invece in misura pari al risparmio dei capitalisti, che ora consumano solo :
Di nuovo i due mercati conducono alla medesima condizione. Semplificando i termini comuni - nel primo, nel secondo - e riordinando, si ottiene la condizione di riproduzione allargata:
che si riduce alla (1.24) quando l'accumulazione si annulla (). Il senso della (1.25) è che, se il settore dei beni di consumo vuole accumulare (), deve acquistare più mezzi di produzione, e quindi trattenere una parte del proprio plusvalore sottraendola al consumo.
Instabilità e crisi. In entrambi i casi l'equilibrio richiede un coordinamento preciso fra le decisioni di accumulazione dei due settori e la struttura della domanda sociale. Ma poiché tali decisioni sono prese in modo decentralizzato, da una miriade di capitalisti in condizioni di incertezza, nulla garantisce ex ante il rispetto di queste proporzioni: l'equilibrio è un caso limite, per giunta instabile. Ne discendono l'implausibilità della legge di Say e la fragilità intrinseca del processo di riproduzione, per cui la crisi appare come esito endogeno del funzionamento del capitalismo, non come deviazione accidentale. Questi schemi, che descrivono i flussi intersettoriali di , e (si veda anche la Figura 1.4), sono inoltre il ponte diretto fra il Tableau di Quesnay e il modello input-output di Leontief (sezione 3.1).
💡 Un'illustrazione dinamica in
R. Gli schemi di riproduzione si prestano a una semplice implementazione numerica, che ne mostra il funzionamento nel tempo e ne anticipa il carattere dinamico. Consideriamo un'economia a due settori in riproduzione allargata, in cui la quota di plusvalore accumulata (la propensione all'accumulo) del settore 1 (beni capitali) è data, mentre quella del settore 2 (beni di consumo) si adegua gradualmente verso il valore coerente con il saggio di crescita del settore 1. Il codiceRseguente simula un sentiero di crescita bilanciata e, in uno scenario alternativo, uno shock permanente che dimezza la propensione all'accumulo del settore 1 a partire dal periodo 20 (Figura 1.8).
# Schemi di riproduzione di Marx - versione didattica semplificata
# Corso "Analisi economica" - Parte I (sezione 1.4.5)
# Basato su: M. Veronese Passarella, "Marx's Reproduction Schemes"
# (versione originale 30/03/2016)
#
# Notazione: v = capitale variabile (V), k = capitale costante (C),
# s = plusvalore (S). Indici: 1 = settore dei beni capitali,
# 2 = settore dei beni di consumo.
#~~~~~~~~~~~~~~~~
# Passo 1: Prepara l'ambiente ####
rm(list = ls(all = TRUE))
if (!is.null(dev.list())) dev.off()
cat("\014")
nPeriods <- 100 # Numero di periodi
nScenarios <- 2 # 1 = scenario base ; 2 = shock alla propensione all'accumulo del settore 1
#~~~~~~~~~~~~~~~~
# Passo 2: Crea variabili e parametri ####
mat <- function(z) matrix(data = z, nrow = nScenarios, ncol = nPeriods)
# Parametri (costanti nel tempo)
e_1 <- mat(1) # Saggio di sfruttamento, settore 1
e_2 <- mat(1) # Saggio di sfruttamento, settore 2
q_1 <- mat(4) # Composizione organica, settore 1 (alta)
q_2 <- mat(2) # Composizione organica, settore 2 (bassa)
theta0_1 <- mat(0.5) # Propensione all'accumulo (retention rate) del settore 1 - esogena
adj <- 0.3 # Velocita' di aggiustamento della propensione del settore 2
# Nota: 0 < adj <= 1, e adj = 1 riproduce l'aggiustamento istantaneo.
# Variabili di stato: capitale variabile iniziale sul sentiero bilanciato
v_1 <- mat(1100) # Capitale variabile anticipato, settore 1
v_2 <- mat(800) # Capitale variabile anticipato, settore 2
# Nota: la proporzione v_1/v_2 = 1.375 soddisfa la condizione di riproduzione.
# Variabili derivate (inizializzate al valore di regime)
k_1 <- v_1 * q_1 # Capitale costante, settore 1
k_2 <- v_2 * q_2 # Capitale costante, settore 2
s_1 <- v_1 * e_1 # Plusvalore, settore 1
s_2 <- v_2 * e_2 # Plusvalore, settore 2
y_1 <- k_1 + v_1 + s_1 # Valore del prodotto, settore 1
y_2 <- k_2 + v_2 + s_2 # Valore del prodotto, settore 2
theta_1 <- mat(0.5) # Propensione all'accumulo del settore 1
theta_2 <- mat(0.3) # Propensione all'accumulo del settore 2 (endogena, aggiustamento graduale)
g_1 <- mat(0.1) # Saggio di accumulazione, settore 1
g_2 <- mat(0.1) # Saggio di accumulazione, settore 2
r <- mat(0) # Saggio generale del profitto
omega <- mat(0) # Quota salari (sul reddito netto)
pri <- mat(0) # Quota profitti
#~~~~~~~~~~~~~~~~
# Passo 3: Lancia il modello ####
for (j in 1:nScenarios) {
for (i in 2:nPeriods) {
# Scenario 2: Shock permanente alla propensione all'accumulo del settore 1 dal periodo 20
if (i >= 20 && j == 2) {
theta0_1[2, i] <- 0.25
}
#(1) Propensione all'accumulo del settore 1 (esogena)
theta_1[j, i] <- theta0_1[j, i]
#(2) Capitale variabile del settore 1 (accumula la quota trattenuta del plusvalore)
v_1[j, i] <- v_1[j, i - 1] + theta_1[j, i - 1] * s_1[j, i - 1] / (1 + q_1[j, i - 1])
#(3) Capitale variabile del settore 2
v_2[j, i] <- v_2[j, i - 1] + theta_2[j, i - 1] * s_2[j, i - 1] / (1 + q_2[j, i - 1])
#(4)-(5) Capitale costante (capitale circolante; ammortamento = 100%)
k_1[j, i] <- v_1[j, i] * q_1[j, i]
k_2[j, i] <- v_2[j, i] * q_2[j, i]
#(6)-(7) Plusvalore
s_1[j, i] <- v_1[j, i] * e_1[j, i]
s_2[j, i] <- v_2[j, i] * e_2[j, i]
#(8)-(9) Valore del prodotto per settore
y_1[j, i] <- k_1[j, i] + v_1[j, i] + s_1[j, i]
y_2[j, i] <- k_2[j, i] + v_2[j, i] + s_2[j, i]
#(10) Saggio di accumulazione del settore 1: g_1 = e_1 * theta_1 / (1 + q_1)
g_1[j, i] <- e_1[j, i] * theta_1[j, i] / (1 + q_1[j, i])
#(11) Propensione all'accumulo "di regime" del settore 2, coerente con la
# crescita del settore 1 (valore-obiettivo verso cui il settore 2 si adegua)
theta_2_star <- g_1[j, i] * (1 + q_2[j, i]) / e_2[j, i]
#(12) Aggiustamento GRADUALE della propensione all'accumulo del settore 2
theta_2[j, i] <- theta_2[j, i - 1] + adj * (theta_2_star - theta_2[j, i - 1])
#(13) Saggio di accumulazione del settore 2 (dalla propensione effettiva)
g_2[j, i] <- e_2[j, i] * theta_2[j, i] / (1 + q_2[j, i])
#(14) Saggio generale del profitto (plusvalore totale / capitale anticipato totale)
r[j, i] <- (s_1[j, i] + s_2[j, i]) /
(k_1[j, i] + k_2[j, i] + v_1[j, i] + v_2[j, i])
#(15)-(16) Quote distributive (sul reddito netto = valore aggiunto)
omega[j, i] <- (v_1[j, i] + v_2[j, i]) /
(y_1[j, i] + y_2[j, i] - k_1[j, i] - k_2[j, i])
pri[j, i] <- 1 - omega[j, i]
}
}
#~~~~~~~~~~~~~~~~
# Passo 4: Produci i grafici ####
tt <- 15:50 # Finestra temporale (lo shock avviene al periodo 20)
layout(matrix(c(1, 2), 1, 2, byrow = TRUE))
# Fig. 1 - Saggi di accumulazione (scenario 2)
plot(tt, g_1[2, tt], type = "l", lty = 1, lwd = 2, col = 4, font.main = 1,
cex.main = 0.75, ylim = range(0.045, 0.105),
main = "Fig. 1 - Shock alla propensione all'accumulo del settore 1: \n saggi di accumulazione",
ylab = "Saggi di accumulazione", xlab = "Tempo", cex.axis = 0.75, cex.lab = 0.8)
#grid()
lines(tt, g_2[2, tt], type = "l", lty = 3, lwd = 2, col = 2)
legend("topright", c("Settore 1", "Settore 2"), bty = "n", cex = 0.8,
lty = c(1, 3), lwd = c(2, 2), col = c(4, 2))
# Fig. 2 - Propensioni all'accumulo (scenario 2)
plot(tt, theta_1[2, tt], type = "l", lty = 1, lwd = 2, col = 4, font.main = 1,
cex.main = 0.75, ylim = range(0.13, 0.52),
main = "Fig. 2 - Shock alla propensione all'accumulo del settore 1: \n propensioni all'accumulo",
ylab = "Propensioni all'accumulo", xlab = "Tempo", cex.axis = 0.75, cex.lab = 0.8)
#grid()
lines(tt, theta_2[2, tt], type = "l", lty = 3, lwd = 2, col = 2)
legend("topright", c("Settore 1", "Settore 2"), bty = "n", cex = 0.8,
lty = c(1, 3), lwd = c(2, 2), col = c(4, 2))
|
|
Figura 1.8 - Schemi di riproduzione: effetto di una caduta della propensione all'accumulo del settore 1 sui saggi di accumulazione (a sinistra) e sulle propensioni all'accumulo (a destra).
💡 A regime i due settori crescono allo stesso saggio (nell'esempio, il 10 per cento), a conferma che la riproduzione allargata richiede una proporzione precisa fra di essi. Va però sottolineato che questo sentiero di crescita bilanciata è esso stesso un caso limite, nel senso chiarito nella sezione 1.4.5. Qui lo imponiamo (facendo convergere la propensione all'accumulo del settore 2 verso il valore coerente con la crescita del settore 1) non perché il mercato lo garantisca spontaneamente, ma per poterne studiare le condizioni. In un'economia decentralizzata nulla assicura che quelle proporzioni siano rispettate, e lo squilibrio, più che l'equilibrio, è la norma. Quando i capitalisti del settore 1 riducono la quota di plusvalore accumulata, il saggio di crescita del settore 1 scende di colpo, mentre quello del settore 2 vi converge (qui gradualmente, sulla base del parametro adj che regola, appunto, la velocità con cui la propensione all'accumulo del settore 2 si adegua al nuovo sentiero di crescita).
Marx non ha lasciato una teoria compiuta del ciclo economico, ma ne fornisce tutti gli elementi. La catena causale è la seguente: gli investimenti dipendono positivamente dal saggio di profitto; il profitto dipende negativamente dal salario reale; il salario dipende dalle condizioni del mercato del lavoro, cioè dal grado di occupazione e dal potere contrattuale dei lavoratori. Ne segue una dinamica endogenamente oscillante. Quando l'occupazione è bassa, i salari sono compressi, i profitti alti, gli investimenti crescono e l'economia si espande; ma l'espansione riassorbe l'esercito industriale di riserva, i salari salgono, i profitti si comprimono, gli investimenti rallentano, l'occupazione cade - e le condizioni per una nuova espansione vengono ricostituite.
Le crisi, dunque, non nascono da shock esterni, ma dalle stesse leggi di movimento del capitalismo: sono il complemento dinamico degli schemi di riproduzione. Questa dinamica fra accumulazione, occupazione e distribuzione si lascia formalizzare come un sistema preda-predatore di tipo Lotka-Volterra, come mostrerà Richard Goodwin (1967): è uno dei primi modelli dinamici non lineari in economia, simile a quello discusso nella sezione 1.3.2.
Fra le "leggi di tendenza" del capitalismo, la più celebre è la caduta tendenziale del saggio di profitto. L'idea è semplice: con lo sviluppo del capitalismo ogni lavoratore viene dotato di quantità crescenti di macchine e materie prime, sicché la composizione organica aumenta. Ma - come mostra la (1.21) - a parità di saggio di sfruttamento , un crescente fa scendere il saggio di profitto . Poiché il plusvalore nasce solo dal lavoro vivo, il progressivo assottigliarsi della parte "viva" del capitale rispetto a quella "morta" erode la fonte stessa del profitto.
Si tratta di una tendenza, non di una profezia di collasso: ad essa si oppongono numerose controtendenze - l'aumento del saggio di sfruttamento, l'abbassamento del valore del capitale costante (per aumenti di produttività, commercio estero, colonie), la compressione temporanea dei salari, l'aumento del coefficiente di rotazione del capitale.
Attorno alla caduta del saggio di profitto ruotano altre leggi di tendenza: la formazione di un esercito industriale di riserva (la disoccupazione tecnologica come componente funzionale del sistema, non come accidente), l'immiserimento relativo della classe lavoratrice (il salario reale cresce meno della produttività), la proletarizzazione di strati crescenti della società e la concentrazione e centralizzazione dei capitali, che spinge verso strutture oligopolistiche.
Marx distingue il denaro (la merce che funge da misura del valore e mezzo di circolazione) dalla moneta (segno di valore con corso legale). Ma è solo nella circolazione capitalistica che la moneta diventa pienamente capitale-denaro, punto di partenza e di arrivo della valorizzazione: non un velo neutrale, bensì il volano del sistema. Su questa base la divisione di classe può essere riletta come separazione fra chi accede alla moneta solo come reddito da spendere (i lavoratori) e chi vi accede come capitale che avvia la produzione (i capitalisti).
Nel Libro III Marx anticipa una concezione moderna della moneta-credito e del capitale fittizio: titoli finanziari il cui valore deriva dalla capitalizzazione di redditi futuri e che possono circolare come se fossero capitale reale, sganciandosi temporaneamente dal valore prodotto e alimentando bolle e instabilità. Nella fase di boom l'offerta di credito è elastica e sostiene l'accumulazione; poi, quando i margini di profitto si comprimono e cresce l'indebitamento, il credito da leva dell'accumulazione si fa veicolo di squilibri; infine la crisi esplode quando il sistema creditizio si contrae bruscamente, aprendo una crisi di realizzo in cui merci e titoli non riescono più a convertirsi in moneta. La moneta e il credito non sono cause esterne, ma elementi strutturali del movimento ciclico. Questa concezione della moneta come endogena e non neutrale prelude alla teoria del circuito monetario e della moneta endogena che svilupperemo nella sezione 3.2 (e per un'introduzione dei quali si rinvia a questo mini-corso di economia monetaria).
Con Marx si chiude la parabola dell'economia politica classica e si aprono le sue rielaborazioni eterodosse. La sua analisi lascia in eredità una teoria dello sfruttamento, un'idea del capitalismo come sistema instabile e conflittuale, e un intero arsenale di strumenti che le tradizioni successive - da Sraffa ai post-keynesiani, dai teorici del sovrappiù agli evoluzionisti - riprenderanno e svilupperanno. Prima, però, occorre fare i conti con la reazione che, proprio mentre Marx scriveva il Capitale, stava rovesciando l'intero impianto classico: la rivoluzione marginalista, con cui si apre la Parte II.
💡 Marx precursore. Molti degli strumenti che incontreremo nel seguito hanno in Marx un antecedente. (a) Gli schemi di riproduzione a due settori, eredi del Tableau di Quesnay, anticipano il modello input-output di Leontief (sezione 3.1). (b) I prezzi di produzione con saggio di profitto uniforme, in forma matriciale (1.22)-(1.23), prefigurano il sistema di Sraffa (sezione 2.3). (c) La circolazione capitalistica e la moneta-credito endogena preludono alla teoria del circuito monetario e della moneta endogena (sezione 3.2). (d) La dinamica ciclica fra accumulazione, occupazione e distribuzione si lascia formalizzare come un sistema preda-predatore (Lotka-Volterra), in modo simile a quanto fatto nelle sezioni 1.3.2 e 3.3.2. (e) La distinzione fra il comportamento degli individui e quello delle classi - queste ultime come soggetti emergenti - anticipa l'approccio dei sistemi complessi (sezione 3.3). Per un approfondimento, si rinvia a Veronese Passarella (2027a).
Negli anni Settanta dell'Ottocento, mentre Marx lavora alle nuove edizioni e traduzioni del Capitale, tre autori pubblicano quasi simultaneamente opere destinate a rovesciare l'impianto dell'economia politica classica: William Stanley Jevons (The Theory of Political Economy, 1871), Carl Menger (Principi di economia politica, 1871) e Léon Walras (Elementi di economia politica pura, 1874). A essi si aggiungerà, con particolare influenza nel mondo anglosassone, Alfred Marshall (Principles of Economics, 1890), maestro di John Maynard Keynes, e più tardi riferimento di figure come Irving Fisher, Vilfredo Pareto e Knut Wicksell. È la cosiddetta rivoluzione marginalista, da cui nascerà l'economia neoclassica, tuttora l'approccio dominante sul piano della teoria economica positiva.
Il baricentro dell'analisi si sposta radicalmente. Le grandi questioni dei classici - le fonti e i limiti della crescita di lungo periodo, la formazione del sovrappiù, la sua distribuzione fra le classi - passano in secondo piano. Al loro posto subentra lo studio microeconomico del modo in cui il mercato alloca risorse scarse fra usi alternativi. La teoria oggettiva e sociale del valore (costo di produzione, lavoro contenuto) lascia il campo a una teoria soggettiva ed individuale fondata sull'utilità marginale. Su questa scuola ci soffermeremo relativamente poco, non perché sia secondaria - è, anzi, diventata l'approccio dominante - ma perché i suoi contenuti costituiscono l'ossatura dei manuali standard di microeconomia e, in parte, di macroeconomia, che lo studente incontra altrove nel proprio percorso. Qui ci interessa soprattutto capire perché, alla fine del secolo, si consumi tanto rapidamente la rottura con la tradizione di Ricardo, e quanto profonda questa frattura sia davvero.
L'idea stessa di una "rivoluzione" è, a ben vedere, discussa. Alcuni ingredienti non erano affatto nuovi: l'utilità marginale era già stata intuita prima del 1870 (da Gossen, Dupuit, Cournot), e l'attenzione all'individuo e alla costruzione di modelli aveva precedenti. Più in generale, la teoria soggettiva del valore, fondata su utilità e scarsità, non nasce nel 1870. Era piuttosto una corrente eterodossa del pensiero economico, sviluppata accanto alla linea dominante del valore-costo e del valore-lavoro, e in certa misura contro di essa.
In Italia, in particolare, aveva radici antiche: già Ferdinando Galiani, nel Della Moneta (1751), aveva ricondotto il valore all'utilità e alla rarità, e nell'Ottocento Francesco Ferrara aveva contrastato l'impostazione ricardiana da un punto di vista dichiaratamente soggettivista. La rivoluzione marginalista fu anche il momento in cui questa tradizione fino ad allora minoritaria, rovesciando le parti, divenne la nuova ortodossia.
Eppure, gli stessi protagonisti non concordavano sulla portata del cambiamento. Marshall si considerava in larga misura in continuità con i classici, attento a conservarne le intuizioni e disposto a mediare fra prospettive diverse. Jevons, all'opposto, rivendicava una rottura radicale, respingendo apertamente la teoria del valore di Ricardo. La lettura più equilibrata è che, più che un evento puntuale, il marginalismo sia stato un processo che, nell'arco di qualche decennio, ha fornito un sistema di spiegazione alternativo destinato a soppiantare quello classico (Screpanti e Zamagni, 2004).
Un modo intuitivo di valutare la rottura è di farlo alla luce delle due anime di Smith (sezione 1.2). Da un lato Smith aveva un'anima "macro" - il sovrappiù, la riproduzione, la crescita, la distribuzione fra le classi - che Ricardo e Marx avrebbero sviluppato fino in fondo. Dall'altro aveva un'anima "micro" - la mano invisibile, l'individuo che, perseguendo il proprio interesse, promuove senza volerlo quello collettivo. Il marginalismo si può leggere allora come la rottura con la prima anima e lo sviluppo della seconda. La mano invisibile viene ripresa e formalizzata in un contesto rigorosamente individualistico, mentre le "leggi di movimento" della società e il tempo storico escono di scena, sostituiti dall'analisi atemporale della scelta e dell'allocazione.
Non è un caso che, mezzo secolo dopo, Keynes possa essere visto come un ritorno all'anima macro, un ritorno che darà origine alla moderna macroeconomia (sezione 2.2).
La rapidità dell'affermazione marginalista si spiega, in parte, con problemi lasciati aperti all'interno dell'approccio classico-ricardiano. Abbiamo visto (sezione 1.3.4) come Ricardo si fosse arenato nella ricerca di una misura invariabile del valore e nel rendere conto dell'effetto della distribuzione sui prezzi relativi, e come la teoria del valore-lavoro faticasse a dare spazio al ruolo della domanda nella formazione del prezzo. A questi nodi il marginalismo offriva una soluzione pronta all'uso: se il valore nasce dall'utilità marginale, allora è la domanda individuale, e non il costo di produzione, a determinare il prezzo, e non serve più alcuna misura assoluta del valore, che diventa una grandezza puramente soggettiva.
L'esempio emblematico è il paradosso dell'acqua e dei diamanti, che Smith aveva utilizzato per giustificare un approccio oggettivo al valore (sezione 1.2.4). I marginalisti lo sciolgono, al contrario, distinguendo utilità totale e utilità marginale: l'acqua ha una grande utilità totale ma, essendo abbondante, ha un'utilità marginale quasi nulla, e dunque un valore di scambio generalmente molto basso. Al contrario, i diamanti, essendo scarsi rispetto al desiderio di possederli, hanno un'alta utilità marginale e perciò un prezzo elevato. Il valore diventa così una questione di scarsità relativa e di valutazione soggettiva ed individuale.
Vale, però, la pena osservare che questa soluzione ha un prezzo teorico: dissolve la distinzione classica fra valore e prezzo di mercato, e con essa l'idea di un valore oggettivo, ancorato alle condizioni di produzione, verso cui i prezzi di mercato gravitano. Torneremo su questo tema nella sezione 2.3.
Accanto alle ragioni interne agirono anche potenti ragioni esterne. La teoria del valore-lavoro, da Ricardo in poi, si prestava a un uso esplosivo: i socialisti ricardiani prima e Marx poi ne avevano fatto il fondamento di una teoria dello sfruttamento (sezioni 1.3 e 1.4), per cui il profitto altro non è che (plus) lavoro non retribuito. In un'epoca segnata dall'ascesa del movimento operaio e dal timore sociale delle classi possidenti, una teoria che radicava il valore nel lavoro appariva pericolosa. Il marginalismo, spostando il fondamento del valore dal lavoro all'utilità, e la spiegazione dei redditi dal conflitto fra classi al contributo marginale di ciascun fattore, offriva un'interpretazione delle relazioni economiche funzionale agli interessi della classe sociale dominante.
Questo aspetto emerge con chiarezza nella teoria della distribuzione. Nella nuova impostazione ogni fattore della produzione riceve un reddito pari al proprio prodotto marginale: il capitale un interesse a compenso dell'astinenza dal consumo presente, il lavoro un salario a compenso della disutilità dello sforzo, e così via. La concorrenza garantisce poi l'uguaglianza fra remunerazione e produttività marginale. Le remunerazioni dei fattori appaiono "naturali" e perciò "eque". Non a caso John Bates Clark impiegherà esplicitamente la teoria della produttività marginale per confutare la teoria marxiana dello sfruttamento. Se, infatti, ciascuno riceve quanto ha contribuito, non vi è alcun pluslavoro estorto!
Con la rivoluzione marginalista l'economia cambia non solo oggetto, ma anche metodo e statuto sociale. Adotta un approccio più astratto e formalizzato, fa crescente ricorso alla matematica (soprattutto al calcolo differenziale) e aspira a somigliare alle scienze naturali (benché non manchino dissensi interni, da Menger a Marshall, sull'uso eccessivo del formalismo). Diventa una disciplina specialistica, si insedia stabilmente nelle università, si dota di manuali standardizzati, di riviste e di società scientifiche.
Sul piano dell'analisi economica, l'idea stessa di una crisi sistemica tende a uscire di scena: in regime di concorrenza il mercato realizza ciò che i consumatori desiderano e assicura la piena occupazione. Non è privo di ironia che il modello di equilibrio generale di Walras, con il suo "banditore" che centralizza gli scambi, somigli più a un'economia pianificata che a un libero mercato, tanto che la scuola austriaca di Hayek e von Mises se ne distanzierà. Sarà proprio contro questa rimozione della crisi e della dimensione macroeconomica che reagiranno, per vie opposte, Keynes (sezione 2.2) e Sraffa (sezione 2.3).
❓ Le quattro domande-guida in chiave marginalista. Che cosa determina la produzione? Non più le condizioni di riproduzione e accumulazione di un sovrappiù, ma l'allocazione efficiente di risorse date e scarse fra usi alternativi, guidata dalle scelte ottimizzanti degli individui. Come si formano i prezzi? Dall'incontro fra domanda (fondata sull'utilità marginale decrescente) e offerta (fondata sui costi marginali crescenti), come intreccio di scarsità e preferenze soggettive. Cade la distinzione fra prezzo naturale e prezzo di mercato. Da dove nascono i profitti? Dalla produttività marginale del capitale e dalla remunerazione dell'astinenza, non dal pluslavoro. La distribuzione non è conflitto, ma corrispettivo del contributo di ciascun fattore. Quale ruolo hanno banche e moneta? Tendenzialmente quello di un velo neutrale. In un mondo retto dalla legge di Say, la moneta facilita gli scambi ma non altera le grandezze reali. La carenza di domanda non può essere una causa duratura di disoccupazione, ma solo temporanea e frizionale.
Con John Maynard Keynes (1883-1946) l'economia ritrova la sua dimensione macroeconomica. Formatosi a Cambridge sotto la supervisione di Marshall, protagonista dei grandi dibattiti del suo tempo (dalla critica al trattato di Versailles agli accordi di Bretton Woods del 1944), Keynes affida alla sua Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta (1936) un tentativo ambizioso di rifondazione della teoria economica. Il suo oggetto non è più l'allocazione di risorse date da parte di individui isolati, ma la determinazione del livello del reddito e dell'occupazione dell'intera economia, e le cause delle sue fluttuazioni. La tesi di fondo è che il mercato, lasciato a se stesso, non sia in grado di autoregolarsi. La mano invisibile non garantisce alcuna allocazione ottimale. Di certo non garantisce la piena occupazione della forza lavoro, che può venir meno anche in presenza di prezzi e salari flessibili.
Se il marginalismo aveva sviluppato l'anima "microeconomica" di Smith (sezione 2.1), Keynes riprende e sviluppa la sua anima "macroeconomica" (il reddito, la domanda, l'occupazione, la dimensione sociale), marginalizzata a seguito del tramonto del pensiero classico di matrice ricardiana. Da qui la domanda che dà il titolo alla sezione: fu quella di Keynes una rottura radicale con l'ortodossia neoclassica o un suo rinnovamento? Come vedremo, la risposta a questa domanda ha diviso, e continua a dividere, gli eredi di Keynes. Il fatto è che, a dispetto delle stesse intenzioni di Keynes, il suo approccio ha rappresentato una rottura netta sul piano dell'analisi positiva e della metodologia adottata, sebbene Keynes si sia sempre mostrato interessato più alle implicazioni di politica economica del proprio lavoro che alla purezza teorica delle sue posizioni.
La Teoria generale non nasce dal nulla. La precede, di soli sei anni, il Trattato sulla moneta (1930), un'opera imponente in cui Keynes aveva già messo al centro la moneta e il credito. Il cuore del Trattato sono le cosiddette equazioni fondamentali, che legano il livello dei prezzi allo scarto fra investimento e risparmio: quando l'investimento supera il risparmio si generano profitti "inattesi" che spingono i prezzi verso l'alto, e viceversa. Su questo terreno il Trattato era per molti versi più chiaro e più radicale della Teoria generale. Adottava una visione schiettamente monetaria e creditizia, distingueva la circolazione "industriale" da quella "finanziaria", e trattava la moneta come qualcosa che il sistema bancario crea finanziando la produzione - un'anticipazione della moneta endogena e della teoria del circuito monetario che riprenderemo nella sezione 3.2.
Il Trattato, però, aveva un limite decisivo: ragionava a livello di produzione dato. Lo squilibrio fra investimento e risparmio si scaricava sui prezzi e sui profitti, non sulle quantità prodotte e sull'occupazione. In un mondo di piena occupazione implicita, non poteva spiegare ciò che negli anni Trenta chiedeva spiegazione: la disoccupazione di massa e persistente. È qui la svolta della Teoria generale: sono le quantità ad aggiustarsi, non (solo) i prezzi. Se la spesa complessiva è insufficiente, l'economia non ristabilisce l'equilibrio abbassando i prezzi, ma contraendo la produzione e l'occupazione, fino a un nuovo equilibrio di sotto-occupazione.
Per ottenere questo risultato, però, Keynes compie una scelta strategica che è anche una rinuncia. Nella Teoria generale egli mette da parte buona parte delle distinzioni che, nel Trattato, lo separavano dall'ortodossia - a cominciare dalla natura endogena della moneta, che ora assume, per semplicità, come offerta esogena fissata dall'autorità monetaria. L'obiettivo è concentrare tutte le forze su un'unica tesi polemica: che il livello dell'occupazione dipende dalla domanda effettiva e che, in assenza di un intervento pubblico, nulla garantisce la piena occupazione. Tutto ciò che non serve direttamente a sostenere questa tesi viene lasciato sullo sfondo. È una scelta efficace sul piano dell'impatto, ma che sacrifica proprio quei temi monetari del Trattato che la teoria del circuito, più tardi, riporterà al centro (sezione 3.2).
La rivoluzione keynesiana si può leggere come la demolizione dei tre pilastri su cui poggiava la teoria economica neoclassica. Il primo è la legge di Say, secondo cui "l'offerta crea la propria domanda" (attraverso una variazione del tasso di interesse reale, che mette in equilibrio risparmio e investimento), sicché una carenza generalizzata di domanda è impossibile. Keynes rovescia questa impostazione: è la domanda effettiva a vincolare l'offerta. Le imprese producono e assumono in funzione della spesa che si attendono, e se questa è insufficiente il reddito e l'occupazione si fermano al di sotto del loro potenziale. Ne discende lo spostamento dell'attenzione dai cambiamenti nella struttura del prodotto al suo livello, e dunque alle decisioni di spesa.
Il secondo pilastro, legato al precedente, è il tasso di interesse naturale, inteso come il prezzo di equilibrio che eguaglia risparmio e investimento sul "mercato dei fondi prestabili". Keynes nega che il risparmio finanzi l'investimento: è vero il contrario. Sono le decisioni autonome di investimento a mettere in moto la produzione e a generare, tramite il reddito, il risparmio necessario. Il nesso causale va da a , non da a . Questa inversione è resa possibile dal ruolo del credito bancario. Le imprese non attingono a un fondo di risparmio preesistente, ma ottengono dalle banche la liquidità per finanziare i propri piani di produzione e investimento. A livello aggregato, sono i prestiti a creare i depositi, non viceversa. Il sistema bancario può creare moneta "dal nulla". Il tasso di interesse è una variabile monetaria, fissata da banche e autorità statuali, non il prezzo dei risparmi.
Il terzo pilastro è la curva di offerta di lavoro, che nell'impianto neoclassico lega positivamente la quantità di lavoro offerta al salario reale: un salario reale flessibile riporterebbe sempre il mercato del lavoro alla piena occupazione. Keynes nega che una simile curva sia ben definita. I lavoratori contrattano infatti il salario monetario, non quello reale, che dipende anche dai prezzi fissati dalle imprese e dunque sfugge al loro controllo. Soprattutto, l'occupazione non è determinata sul mercato del lavoro, ma dalla domanda effettiva di beni, la quale, a sua volta, vincola la domanda di forza lavoro (sulla base della semplice relazione , dove è il prodotto per lavoratore, da cui è facile derivare la domanda di lavoro: ). Ne consegue che può esistere disoccupazione involontaria, con lavoratori disposti a lavorare al salario corrente che non trovano impiego. Ne discende un corollario di grande rilievo, su cui torneremo: una riduzione dei salari monetari non è la cura della disoccupazione, perché, abbassando redditi e domanda, rischia anzi di aggravarla.
Il meccanismo quantitativo che collega investimento e reddito è il moltiplicatore. Se il reddito nazionale è e il consumo dipende dal reddito secondo (con la propensione marginale al consumo), una variazione della spesa autonoma si trasmette al reddito amplificata:
Poiché una parte di ogni euro di reddito addizionale viene spesa, e diventa reddito per qualcun altro che a sua volta ne spende una parte, l'effetto totale è un multiplo della spinta iniziale. Il moltiplicatore spiega perché una caduta degli investimenti possa deprimere il reddito ben oltre la contrazione iniziale, e perché la spesa pubblica possa sostenerlo. Ne discende anche il paradosso della parsimonia: se tutti tentano di risparmiare di più riducendo i consumi, la domanda cade, il reddito si contrae e il risparmio aggregato, alla fine, non aumenta.
🤓🧠🔢 Box per geek e nerd 1 - Il moltiplicatore come serie convergente (e altre curiosità). Dietro il moltiplicatore keynesiano si nasconde una delle serie più celebri della matematica, la serie geometrica. Si immagini un'iniezione iniziale di spesa autonoma pari a (più investimenti, o più spesa pubblica). Quell'importo diventa reddito per qualcuno, che ne rispende una frazione (la propensione marginale al consumo). Quella spesa diventa reddito per un altro, che ne rispende , e così via. La somma di tutti i "giri" è . Poiché , la serie converge a , e è il moltiplicatore. La condizione non è un dettaglio tecnico: se ogni euro fosse interamente rispeso () la serie divergerebbe e il sistema non avrebbe un reddito di equilibrio finito. Il moltiplicatore è un'inversa di Leontief scalare. La formula è il caso a una dimensione della serie di Neumann che governa il modello input-output (sezione 3.1) e il sistema di Sraffa (si vedano i box 3 e 4). Là la condizione di convergenza era il raggio spettrale minore di 1. Qui è semplicemente . Il moltiplicatore, insomma, è l'inversa di Leontief di un'economia con un solo bene: la stessa matematica, vista da un solo lato. La stessa serie governa anche il tempo. Nel modello dinamico , l'aumento del reddito dopo un incremento permanente non arriva tutto in un colpo: cresce periodo dopo periodo seguendo le somme parziali della stessa serie - prima , poi , poi , e così via - fino al totale . La serie che prima sommavamo "per giri di spesa" ricompare ora "per periodi". Questa è la ragione per cui nel primo modello discusso nella sezione 2.2.6 il reddito converge al nuovo livello in modo geometrico. Lo scarto residuo dallo stato stazionario si riduce di un fattore a ogni periodo, con un tempo di dimezzamento pari a : per , circa tre periodi. Con le "perdite", il moltiplicatore si accorcia. Se una parte del reddito sfugge al circuito interno (risparmio, imposte, importazioni) la propensione a rispendere diminuisce, e con essa il moltiplicatore. Introducendo un'aliquota , per esempio, il consumo dipende dal reddito al netto delle imposte e il moltiplicatore diventa . È lo stesso motivo per cui, nel secondo modello della sezione 2.2.6 il reddito di stato stazionario non è volte la spesa, bensì . Nel lungo periodo, quando il risparmio netto si annulla, l'unica "perdita" che conta è quella fiscale, e il moltiplicatore di lungo periodo della spesa pubblica è . Un'ultima curiosità: la serie appartiene alla stessa famiglia che "risolve" il paradosso di Zenone di Achille e la tartaruga - infiniti passi la cui somma è un totale finito.
La critica al secondo pilastro trova il suo completamento in una teoria positiva del tasso di interesse. Per Keynes questo non è una variabile reale che premia l'astinenza, ma una variabile puramente monetaria: è il prezzo che induce a rinunciare alla liquidità. La domanda di moneta risponde a motivi diversi - transattivo, precauzionale, speculativo - ma la funzione decisiva della moneta è quella di riserva di valore. In un mondo incerto, detenere moneta, l'attività più liquida, protegge dall'ignoto - funzione che Keynes denomina preferenza per la liquidità. Ma perché mai qualcuno, fuori da un manicomio, dovrebbe voler usare la moneta come riserva di ricchezza? - si chiede Keynes. Perché - prosegue - il possesso di moneta placa la nostra inquietudine di fronte a un futuro che non sappiamo calcolare, e il premio che chiediamo per separarcene misura il grado di quella inquietudine.
Da qui l'origine keynesiana della crisi. Quando le aspettative si fanno pessimistiche, il rendimento atteso degli investimenti cade e, insieme, sale il premio per la liquidità, e quindi il tasso di interesse. Gli investimenti e le altre spese autonome si contraggono. Gli agenti, anziché spendere, accrescono i propri saldi liquidi. La caduta dell'investimento, tramite il moltiplicatore, deprime reddito e occupazione, in un processo che si autoalimenta: bassi consumi, bassi rendimenti attesi, bassi investimenti, basso reddito, e di nuovo bassi consumi. Sotto un regime di laissez-faire non esiste alcun meccanismo automatico capace di ristabilire la fiducia e riportare l'economia alla piena occupazione.
💡 L'incertezza come fondamento (non come limite) della macroeconomia. Fra gli eredi eterodossi di Keynes prevale una lettura secondo cui l'incertezza radicale (ossia l'impossibilità di attribuire probabilità agli eventi futuri, distinta dal semplice rischio misurabile) renderebbe l'economia così instabile da vietare previsioni, modelli e formalizzazioni. È una lettura che non condivido. La tesi difesa in questo corso è, per certi versi, l'opposto: è proprio l'incertezza a rendere possibile il ricorso alla metodologia degli aggregati di Keynes e, con essa, la modellizzazione delle relazioni macroeconomiche. Il ragionamento è il seguente. Se le relazioni economiche fossero soggette a rischio probabilistico, ciascun individuo potrebbe davvero comportarsi come un agente razionale massimizzante - come prescrive la teoria economica di derivazione neoclassica. In particolare, ciascun individuo reagirebbe a ogni nuova informazione, mentre il comportamento aggregato sarebbe la somma instabile di una miriade di ottimizzazioni individuali. Tuttavia, in presenza di incertezza radicale, l'adozione di regole di massimizzazione è impossibile, dunque in ultima istanza irrazionale. Ecco perché nel mondo reale gli individui si affidano solitamente a convenzioni (di valutazione) e a regole del pollice (rules of thumb). Imitano il comportamento degli altri, proiettano il presente nel futuro, e si affidano a prassi consolidate. Sono proprio queste convenzioni condivise a rendere i comportamenti aggregati regolari e prevedibili, salvo nei momenti in cui le convenzioni si rompono - ossia nelle fasi che precedono le crisi. Pensate al vostro barista di fiducia. Per vostra fortuna, non ricalcola il prezzo del vostro calice di vino in ogni istante, sulla base della nuova informazione disponibile. Al contrario, fissa un ricarico sui costi e lo mantiene per un periodo sufficientemente lungo, rivedendolo solo quando un forte shock (per esempio, un aumento dell'affitto del locale o del costo delle materie prime) lo costringe a farlo. È questa "vischiosità convenzionale" a rendere il suo comportamento, e quello di milioni di agenti come lei/lui, descrivibile con poche relazioni stabili. Se, dunque, la lettura neoclassica dell'incertezza come rischio probabilistico non regge alla luce dei più recenti studi comportamentali, non convince nemmeno l'idea secondo cui "tutto è instabile e imprevedibile" - posizione sulla base della quale una parte degli economisti rigetta ogni tentativo di formalizzazione delle relazioni economiche. A mio avviso, la posizione più fedele a Keynes, e certamente la più feconda per l'analisi economica, è quindi quella che sottolinea il ruolo delle convenzioni sociali. Del resto, questa risulta coerente con quanto detto circa lo statuto della scienza economica (sezione 1.1) e con l'idea classico-keynesiana di regolarità di fondo (i "centri di gravitazione") attorno a cui il sistema oscilla.
Se il mercato non riassorbe da solo la disoccupazione, deve intervenire lo Stato. Keynes discute due strumenti.
La politica monetaria espansiva (ossia un taglio del tasso di interesse) può sostenere gli investimenti, ma è debole proprio quando servirebbe di più. Nelle depressioni, se la preferenza per la liquidità è elevata, anche i premi per il rischio sul tasso di rifinanziamento rimangono elevati, perché la domanda di moneta per scopi precauzionali tende ad assorbire tutta la liquidità creata. È questa la trappola della liquidità. D'altra parte, anche se i tassi di mercato scendessero, le aspettative pessimistiche delle imprese renderebbero gli investimenti insensibili al costo del denaro.
Resta allora la politica fiscale: una spesa pubblica in disavanzo, in eccesso rispetto alle imposte, capace di sostenere direttamente la domanda aggregata. Raggiunta la piena occupazione, ulteriori aumenti di spesa non servirebbero più e si tradurrebbero in inflazione. Tuttavia, poiché l'instabilità degli animal spirits è permanente, permanente deve essere anche la presenza dello Stato. Keynes arriva a invocare una "socializzazione" degli investimenti.
Nota importante: una riduzione dei salari non curerebbe la disoccupazione, perché finirebbe per deprimere ulteriormente la domanda effettiva, e con essa la spesa.
Ecco perché la questione "rottura o rinnovamento" resta aperta. Keynes fu un economista anti-laissez-faire, sebbene nel solco del pensiero liberale, non di quello socialista. Lo Stato doveva intervenire senza intaccare i pilastri del capitalismo, l'individualismo e la proprietà privata. In questo senso egli ha rinnovato, più che distrutto, la tradizione liberale. Nondimeno, il rovesciamento dei tre pilastri neoclassici - la domanda che crea l'offerta, l'investimento che crea il risparmio, i prestiti che creano i depositi - è una rottura profonda. Non stupisce che i suoi eredi si siano divisi: i post-keynesiani ne rivendicano la portata radicale, mentre la tradizione dominante lo ha in larga parte riassorbito, riducendolo a un caso particolare di un impianto sostanzialmente neoclassico. Il luogo di questo riassorbimento ha un nome preciso: il modello IS-LM.
Già nel 1937, con l'articolo Mr. Keynes and the "Classics", John Hicks propone una "miniaturizzazione" della Teoria generale all'interno di un modello di equilibrio economico generale: il modello IS-LM. La curva IS descrive l'equilibrio del mercato dei beni (le combinazioni di reddito e tasso di interesse per cui l'investimento eguaglia il risparmio), la curva LM l'equilibrio del mercato monetario (le combinazioni per cui la domanda di liquidità eguaglia l'offerta di moneta fissata dalla banca centrale). La loro intersezione determina simultaneamente reddito e tasso di interesse di equilibrio. Perfezionato da Hansen, Modigliani, Patinkin e altri, il modello diventa il cuore della sintesi neoclassico-keynesiana, che presenta la Teoria generale come un caso particolare: la disoccupazione keynesiana emerge solo in presenza di trappola della liquidità (curva LM piatta), di investimenti insensibili al tasso di interesse (curva IS verticale) o di rigidità dei salari. Fuori da questi casi, il sistema tornerebbe da sé alla piena occupazione. A questo si aggiunge, come "terza gamba", la curva di Phillips, intesa come trade-off fra disoccupazione e inflazione.
Il modello IS-LM ha però alcuni limiti, che ne minano l'affidabilità come strumento di teoria e politica economica. Due sono decisivi. Il primo è che esso consente solo esercizi di statica comparata: confronta due equilibri, ma non descrive la traiettoria con cui l'economia passa dall'uno all'altro. Manca, cioè, di dinamica. Il secondo è che la sua struttura contabile è incompleta: interseca una curva di flusso (la IS) con una curva di stock (la LM), senza garantire la coerenza fra flussi e stock. Sennonché, una volta corretti questi due difetti le conclusioni a cui perviene si rivelano fragili. Il segno degli effetti delle politiche economiche dipende crucialmente dal valore dei parametri chiave (in particolare, dall'aliquota fiscale e dall'elasticità dell'investimento al tasso di interesse). Soprattutto, le due curve, IS e LM, non sono indipendenti, il che toglie legittimità ai consueti esercizi di statica comparata. Si dimostra, infine, che il tentativo della banca centrale di controllare lo stock di moneta attraverso operazioni quantitative attive ha effetti destabilizzanti. In breve, la geometria dell'IS-LM non è una rappresentazione internamente coerente nemmeno del proprio modello (Veronese Passarella, 2027c).
Per queste ragioni, non approfondiremo qui il modello IS-LM, che peraltro costituisce materia dei corsi standard di macroeconomia. Chi desideri studiarlo nel dettaglio, insieme alla sua versione dinamica e coerente sul piano contabile, può fare riferimento al mio corso di macroeconomia. Qui ci interessa piuttosto trattenere due lezioni che ci accompagneranno nel seguito: che la coerenza fra fondi e flussi non è un dettaglio contabile ma una condizione di senso dei modelli (sezione 3.2), e che la moneta, lungi dall'essere un velo neutrale, è endogena e non neutrale, come già intuiva il Trattato.
❓ Le quattro domande-guida in chiave keynesiana. Che cosa determina la produzione? La domanda effettiva: sono le decisioni di spesa (consumi, investimenti, spesa pubblica), non l'offerta, a fissare il livello del reddito e dell'occupazione, che può stabilizzarsi al di sotto della piena occupazione. Come si formano i prezzi? Nel breve periodo Keynes li considera dati o vischiosi: è la quantità prodotta, non il prezzo, ad aggiustarsi. I prezzi riflettono i costi (in prevalenza salariali) più un ricarico, secondo convenzioni. Da dove nascono i profitti? Dipendono dalla spesa: profitti e reddito sono generati dall'investimento (e dal disavanzo pubblico) attraverso il moltiplicatore, non dall'astinenza dei risparmiatori. Quale ruolo hanno banche e moneta? Centrale e non neutrale: le banche creano moneta finanziando la produzione (i prestiti creano i depositi), il tasso di interesse è un fenomeno monetario legato alla preferenza per la liquidità, e la moneta influenza in modo duraturo le grandezze reali.
Le pagine che seguono passano dalla teoria ai modelli. La Teoria generale fornisce infatti la base su cui costruire i primi modelli macroeconomici dinamici. Nei riquadri seguenti ne introduciamo tre, in linguaggio R: un modello keynesiano dinamico elementare, un modello coerente sul piano dei fondi e dei flussi (che anticipa la sezione 3.2) e un semplice modello keynesiano di crescita.
RI tre riquadri che seguono traducono in modelli minimi le idee della sezione: il moltiplicatore, la coerenza fra fondi e flussi, la crescita. Sono anche un primo assaggio del metodo che useremo nella Parte III.
Modello 1 - Il moltiplicatore in movimento. Il modello keynesiano più elementare determina il reddito come somma di consumo e investimento, con il consumo che reagisce, con un ritardo, al reddito del periodo precedente. Un aumento permanente dell'investimento autonomo si trasmette al reddito amplificato dal moltiplicatore , e il reddito converge gradualmente al nuovo livello di regime (Figura 2.1).
# Modello keynesiano dinamico elementare
# Prepara l'ambiente ####
rm(list = ls(all = TRUE))
if (!is.null(dev.list())) dev.off()
cat("\014") # Cancella tutto
nPeriods <- 60 # Numero di periodi
nScenarios <- 2 # 1 = scenario base; 2 = shock all'investimento
# Crea funzione che definisce le variabili come matrici ####
mat <- function(z) matrix(data = z, nrow = nScenarios, ncol = nPeriods)
# Definisci i coefficienti e le variabili del modello ####
c0 <- 10 # Consumo autonomo
c1 <- 0.8 # Propensione marginale al consumo (0 < c1 < 1)
I0 <- mat(10) # Investimento autonomo
Y <- mat((c0 + 10) / (1 - c1)) # Valore di stato stazionario del reddito (moltiplicatore)
C <- mat(0) # Consumo totale
I <- mat(0) # Investimento totale
# Lancia il modello ####
for (j in 1:nScenarios) {
for (i in 2:nPeriods) {
if (i >= 10 && j == 2) I0[j, i] <- 30 # Shock: investimento 10 -> 30
I[j, i] <- I0[j, i]
C[j, i] <- c0 + c1 * Y[j, i - 1]
Y[j, i] <- C[j, i] + I0[j, i]
}
}
# Visualizza i risultati ####
plot(Y[2, ], type = "l", lwd = 2, col = 4, ylim = range(min(Y[,]),max(Y[,])),
main = "Modello keynesiano dinamico: shock all'investimento",
xlab = "Tempo", ylab = "Reddito Y", font.main = 1, cex.main = 1, cex.axis=1, cex.lab=1)
#grid()
lines(Y[1, ], lwd = 2, lty = 3, col = 2)
legend("right", c("Scenario alternativo (shock)", "Scenario base"),
lty = c(1, 3), lwd = c(2, 2), col = c(4, 2), bty = "n", cex=1)
|
| Figura 2.1 - Modello keynesiano dinamico. Dopo un aumento permanente dell'investimento autonomo (da 10 a 30 nel periodo 10), il reddito converge a un nuovo livello di regime cresciuto di un multiplo dello shock (qui il moltiplicatore vale 5: il reddito passa da 100 a 200). |
Modello 2 - Un modello coerente fondi-flussi (SIM). Il moltiplicatore, da solo, ignora ciò che accade agli stock. Il modello SIM di Godley e Lavoie (2007) colma questa lacuna nel modo più semplice: un'economia con sole famiglie e Stato, in cui l'unica attività finanziaria è la moneta, creata dallo Stato quando spende e distrutta quando incassa imposte. Ogni euro di disavanzo pubblico diventa ricchezza (moneta) delle famiglie, che a sua volta alimenta il consumo. Le equazioni sono simultanee entro il periodo e si risolvono per iterazione, esattamente come nei modelli fondi-flussi che studieremo nella sezione 3.2. Dopo uno shock di spesa pubblica il reddito converge a e la ricchezza si accumula fino al nuovo livello di regime (Figura 2.2).
# Modello keynesiano SFC (SIM di Godley e Lavoie, 2007)
# Prepara l'ambiente ####
rm(list = ls(all = TRUE))
if (!is.null(dev.list())) dev.off()
cat("\014") # Cancella tutto
nPeriods <- 180 # Numero di periodi
nScenarios <- 2 # 1 = scenario base; 2 = shock di spesa pubblica
# Crea funzione che definisce le variabili come matrici ####
mat <- function(z) matrix(data = z, nrow = nScenarios, ncol = nPeriods)
# Definisci i coefficienti del modello ####
alpha1 <- 0.6 # Propensione al consumo dal reddito disponibile
alpha2 <- 0.2 # Propensione al consumo dalla ricchezza (moneta)
theta <- 0.2 # Aliquota fiscale
# Definisci le variabili del modello ####
G <- mat(20) # Spesa pubblica (esogena)
Y <- mat(0) # Reddito
Tax <- mat(0) # Tasse
YD <- mat(0) # Reddito disponibile
C <- mat(0) # Consumo
H <- mat(0) # Stock di ricchezza
# Lancia il modello ####
for (j in 1:nScenarios) {
for (i in 2:nPeriods) {
if (i >= 120 && j == 2) G[j, i] <- 25 # Shock: spesa pubblica 20 -> 25
for (iter in 1:60) { # Iterazioni per convergenza alla soluzione simultanea
Y[j, i] <- C[j, i] + G[j, i]
Tax[j, i] <- theta * Y[j, i]
YD[j, i] <- Y[j, i] - Tax[j, i]
C[j, i] <- alpha1 * YD[j, i] + alpha2 * H[j, i - 1]
}
H[j, i] <- H[j, i - 1] + (YD[j, i] - C[j, i])
}
}
# Visualizza i risultati ####
plot(Y[2,100:nPeriods], type = "l", lwd = 2, col = 4, ylim = range(min(Y[,100:nPeriods]),max(H[,100:nPeriods])),
main = "Modello keynesiano SFC (SIM): shock di spesa pubblica",
xlab = "Tempo", ylab = "Livello", font.main = 1, cex.main = 1, cex.axis=1, cex.lab=1)
#grid()
lines(H[2,100:nPeriods], lwd = 2, lty = 1, col = 2)
legend("right", c("Reddito", "Stock di moneta"),
lty = c(1, 1), lwd = c(2, 2), col = c(4, 2), bty = "n", cex=1)
|
| Figura 2.2 - Modello SIM. La finestra mostra il regime iniziale (reddito 100, moneta 160) e la transizione: dopo l'aumento della spesa pubblica (da 20 a 25 nel periodo 120) il reddito converge a G/θ = 125, mentre la ricchezza delle famiglie (la moneta) si accumula fino al nuovo livello di regime (200), in cui il bilancio pubblico torna in pareggio. |
Modello 3 - Crescita e instabilità: Harrod-Domar. Estendere Keynes al lungo periodo significa chiedersi a quale ritmo l'economia debba crescere perché la capacità produttiva creata dagli investimenti resti pienamente utilizzata. La risposta di Harrod e Domar è il saggio di crescita garantito , dove è la propensione al risparmio e il rapporto capitale/prodotto. È però un equilibrio "sul filo del rasoio": se l'investimento cresce anche solo di poco al di sopra di , la domanda eccede la capacità e lo scarto si amplifica; se cresce al di sotto, si accumula capacità inutilizzata (Figura 2.3). Nulla riporta il sistema sul sentiero garantito, da cui l'esigenza di un intervento pubblico stabilizzatore.
Da dove viene ? Il modello combina due meccanismi già visti, il moltiplicatore e l'acceleratore. In un'economia chiusa e senza settore pubblico, l'equilibrio del mercato dei beni richiede l'uguaglianza fra risparmio e investimento programmati, (una condizione ex ante, da non confondere con l'identità contabile ex post ). Il risparmio è una quota fissa del reddito, secondo la logica del moltiplicatore:
mentre l'investimento segue il principio dell'acceleratore, ossia cresce in proporzione all'aumento atteso della domanda:
dove è il rapporto marginale capitale/prodotto (). Imponendo si ottiene , da cui:
è dunque l'unico ritmo di crescita del reddito compatibile con l'uguaglianza fra risparmio e investimento quando le aspettative sono confermate: a quel tasso la capacità che via via si crea resta pienamente utilizzata e i piani non vengono rivisti.
Questo tasso non ha però alcuna ragione di coincidere con il saggio di crescita naturale, ossia con:
Si tratta della somma dei tassi di crescita della popolazione () e della produttività del lavoro (), che fissa il massimo consentito dalle risorse disponibili. Poiché , , e dipendono da forze indipendenti, l'uguaglianza si realizza solo per caso: quando l'economia cresce meno del suo potenziale, con disoccupazione e tendenze deflazionistiche; quando la domanda cresce più della capacità, con tensioni inflazionistiche.
# Modello di Harrod-Domar con ASPETTATIVE ESTRAPOLATIVE (il "filo del rasoio")
# Corso "Analisi economica" - Parte II (sezione 2.2)
#
# Variante del modello acceleratore + moltiplicatore in cui la crescita ATTESA
# è estrapolata (in modo adattivo) da quella osservata. Il TASSO di crescita
# effettivo DIVERGE dal garantito: uno scostamento non si riassorbe, si autoalimenta.
#
# Equazioni:
# g_e_t = g_e_{t-1} + lam*(g_{t-1} - g_e_{t-1}) + eps_t aspettative adattive
# INV_t = a * g_e_t * Y_{t-1} acceleratore
# S = I con SAV_t = s*Y_t => Y_t = INV_t/s = (a/s)*g_e_t*Y_{t-1}
# g_t = Y_t/Y_{t-1} - 1
#
# Saggio garantito: g_w = s/(a-s) (~ s/a con questa temporizzazione).
# Instabilità ("filo del rasoio"): rho = 1 + lam*(a/s - 1) > 1, quindi ogni
# scostamento di g da g_w si amplifica di rho a ogni periodo. L'amplificazione
# moltiplicatore-acceleratore a/s e' enorme (=20): lam piccolo la rende lenta
# e visualizzabile; lam = 1 (estrapolazione piena) darebbe l'esplosione "violenta".
# Prepara l'ambiente ####
rm(list = ls(all = TRUE))
if (!is.null(dev.list())) dev.off()
cat("\014")
# Parametri ####
nPeriods <- 40 # Numero di periodi
s <- 0.2 # Propensione al risparmio
a <- 4 # Rapporto capitale/prodotto (acceleratore, a > 1)
lam <- 0.008 # Velocità di revisione delle aspettative (0 < lam <= 1)
gw <- s / (a - s) # Saggio di crescita garantito
Y0 <- 100 # Reddito iniziale
shockAt <- 20 # Periodo dello shock di aspettativa
eps0 <- 0.0011 # Ampiezza dello shock (una tantum, sulla crescita attesa)
# Tre scenari: nessuno shock; ottimismo (+eps); pessimismo (-eps) ####
segno <- c(0, +1, -1); nS <- length(segno)
Y <- matrix(0, nS, nPeriods) # Reddito
ge <- matrix(0, nS, nPeriods) # Crescita attesa
g <- matrix(0, nS, nPeriods) # Crescita effettiva
# Visualizza informazioni
cat("Saggio garantito g_w = s/(a-s) =", round(gw, 5),
" ; fattore di instabilita' rho =", round(1 + lam * (a / s - 1), 3), "\n")
# Lancia il modello
for (j in 1:nS) {
Y[j, 1] <- Y0; ge[j, 1] <- gw; g[j, 1] <- gw
for (t in 2:nPeriods) {
eps <- if (t == shockAt) segno[j] * eps0 else 0
ge[j, t] <- ge[j, t - 1] + lam * (g[j, t - 1] - ge[j, t - 1]) + eps # Aspettative adattive
Y[j, t] <- (a / s) * ge[j, t] * Y[j, t - 1] # Equilibrio S=I
g[j, t] <- Y[j, t] / Y[j, t - 1] - 1 # Crescita effettiva
}
}
cat("Senza shock il tasso resta sul garantito:", round(g[1, nPeriods], 5), "\n")
# Grafici ####
cW <- "orange"; cH <- "black"; cL <- "blue"
par(mfrow = c(1, 2), mar = c(4, 4, 3, 1))
# a) Tasso di crescita effettivo (diverge da g_w dopo lo shock)
plot(NA, xlim = c(1, nPeriods), ylim = c(-25, 35), font.main = 1, cex.main = 0.95,
main = "a) Tasso di crescita effettivo g(t)", xlab = "Tempo", ylab = "g (%)")
abline(h = 100 * gw, lwd = 2.5, col = cW)
lines(100 * g[2, ], lwd = 2, lty = 2, col = cH)
lines(100 * g[3, ], lwd = 2, lty = 2, col = cL)
abline(v = shockAt, lty = 3, col = "grey70")
legend("topleft", c("Garantito (g = G)", "Ottimismo (boom)", "Pessimismo (collasso)"),
col = c(cW, cH, cL), lwd = 2, lty = c(1, 2, 2), bty = "n", cex = 0.8)
# b) Reddito in livello (scala logaritmica)
plot(Y[1, ], type = "l", lwd = 2.5, col = cW, log = "y", ylim = range(Y),
main = "b) Reddito (scala logaritmica)", xlab = "Tempo", ylab = "Y (log)",
font.main = 1, cex.main = 0.95)
lines(Y[2, ], lwd = 2, lty = 2, col = cH)
lines(Y[3, ], lwd = 2, lty = 2, col = cL)
abline(v = shockAt, lty = 3, col = "grey70")
legend("topleft", c("Garantito", "Boom", "Collasso"),
col = c(cW, cH, cL), lwd = 2, lty = c(1, 2, 2), bty = "n", cex = 0.8)
|
| Figura 2.3 - Modello di Harrod-Domar (moltiplicatore + acceleratore). Con aspettative confermate il reddito cresce al saggio garantito G (linea arancione). Un errore di aspettativa una tantum (periodo 20) sposta l'economia su una traiettoria più alta (domanda effettiva > attesa) o più bassa (domanda effettiva < attesa) e non viene mai riassorbito: lo scarto dal sentiero garantito (pannello b) si allarga nel tempo. Il sentiero garantito non è un attrattore: è l'instabilità "sul filo del rasoio", che motiva l'intervento pubblico. Parametri: s = 0.2 e a = 4; con la temporizzazione discreta del codice il saggio garantito è s/(a − s) ≈ 0.053, che nel limite continuo coincide con G = s/a = 0.05. |
Piero Sraffa (1898-1983), torinese, amico di Antonio Gramsci e di Ludwig Wittgenstein, trascorse gran parte della vita a Cambridge, dove curò l'edizione monumentale delle Opere e corrispondenza di David Ricardo (la cui celebre Introduzione del 1951 riscopre il nucleo del pensiero ricardiano) e pubblicò, nel 1960, un libretto rivoluzionario di poco più di cento pagine dal titolo Produzione di merci a mezzo di merci e dal sottotitolo Premessa a una critica della teoria economica. In quell'opera essenziale e avara di parole, Sraffa persegue un doppio obiettivo: da un lato ricostruire l'impianto dei classici e del sovrappiù, che il marginalismo aveva rimosso (sezione 2.1); dall'altro minare dall'interno la teoria neoclassica, in particolare la sua teoria del capitale e della distribuzione. Per il nostro percorso Sraffa ha un ruolo ancora più preciso: è il ponte che collega Ricardo e Marx al modello input-output, cioè la controparte teorica di ciò che Leontief costruiva sul piano empirico (sezione 3.1).
Il modo in cui Sraffa imposta il problema è agli antipodi del marginalismo. È l'immagine del Tableau di Quesnay e degli schemi di riproduzione di Marx (sezione 1.4.5). Non vi sono curve di domanda e di offerta, né sostituzione fra fattori, né scarsità: l'economia è vista come un processo circolare in cui le merci sono prodotte per mezzo di altre merci e di lavoro, e in cui una parte del prodotto deve tornare indietro a reintegrare ciò che si è consumato nella produzione. In particolare, i coefficienti tecnici sono fissati dalla tecnica in uso. Non c'è alcuna funzione di produzione lungo la quale le imprese sostituiscono capitale e lavoro al variare dei loro prezzi relativi.
È la stessa ipotesi che avevamo incontrato, implicitamente, nel modello di Harrod-Domar (sezione 2.2) e che percorre l'intera modellistica di matrice post-keynesiana, dai modelli input-output ai modelli fondi-flussi (Parte III). L'ipotesi opposta, la sostituibilità fra i fattori, è invece il cardine del modello di Solow - il modo con cui la teoria neoclassica dissolve l'instabilità "sul filo del rasoio" di Harrod-Domar - e di tutti gli sviluppi neoclassici successivi. Quella fra coefficienti fissi e sostituibilità dei fattori è, di fatto, una delle principali linee di divisione fra la modellistica neoclassica e quella non neoclassica.
Su questa base Sraffa riprende il metodo del sovrappiù dei classici, che la sua Introduzione a Ricardo aveva contribuito a riportare alla luce. Il metodo consiste nel prendere come dati tre elementi: la tecnica in uso (i metodi di produzione), la dimensione e composizione del prodotto sociale, e una variabile distributiva - il salario reale, oppure il saggio di profitto. A partire da questi dati, la teoria determina l'altra variabile distributiva e i prezzi relativi. È il "nucleo" dell'analisi classica: la distribuzione non è spiegata dalle produttività marginali, ma è in parte assunta dall'esterno, come esito del conflitto fra le classi e dei rapporti sociali e istituzionali. Sraffa arriva a suggerire (§44) che il saggio di profitto possa essere determinato "dall'esterno" dal livello dei tassi di interesse monetari - un'apertura verso Keynes e verso la natura monetaria della distribuzione su cui torneremo (sezioni 2.2 e 3.2).
Il libro comincia dal caso più semplice: un'economia che si limita a riprodursi, senza generare alcun sovrappiù. Si prenda l'esempio di Sraffa, a due sole industrie (grano e ):
Sommando, l'economia impiega in tutto 400 qr. di grano e 20 t. di ferro, ed è esattamente ciò che produce: nulla avanza. Perché il sistema possa ripartire identico, ogni industria deve poter riacquistare i mezzi di produzione che ha consumato, e questo fissa in modo univoco i prezzi (o rapporti di scambio) relativi. Detti e i prezzi del grano e del ferro, la condizione di riproduzione dell'industria del grano è , da cui : una tonnellata di ferro vale dieci quarti di grano. La stessa proporzione soddisfa, per costruzione, anche l'industria del ferro. I prezzi, qui, non misurano scarsità né utilità: sono i rapporti che consentono al sistema di rinnovarsi. È il germe stesso del modello input-output, e la traduzione rigorosa degli schemi di riproduzione di Quesnay e Marx.
Le cose si fanno interessanti quando l'economia produce più di quanto le serve per riprodursi: nasce un sovrappiù, che deve essere distribuito. La concorrenza impone allora un saggio di profitto uniforme su tutte le industrie, e occorre pagare un salario al lavoro impiegato. Riprendiamo le due industrie di prima, aggiungendo ora il lavoro e il sovrappiù. Il prezzo di ciascun bene deve coprire il costo dei mezzi di produzione, maggiorato del profitto al saggio , più il salario. Per il grano e per il ferro:
dove è la quantità di merce necessaria per una unità di merce (ricavabile dall'esempio: , , , ), mentre e sono i coefficienti di lavoro diretto. Le due equazioni hanno la stessa struttura: costo dei mezzi di produzione , più il salario.
Passando da due a merci, le equazioni diventano : la coppia dei prezzi diventa un vettore riga , i coefficienti una matrice (la cui colonna raccoglie gli input necessari a produrre il bene ), i coefficienti di lavoro un vettore . In forma compatta si ottiene il sistema dei prezzi di produzione di Sraffa:
in cui ogni prezzo copre il costo dei mezzi di produzione maggiorato del profitto, , più il salario, . Si noti una differenza rispetto a Smith e a Marx (sezioni 1.2 e 1.4): in Sraffa il salario è posticipato, pagato alla fine del periodo sul prodotto, sicché non frutta profitto e resta fuori dalla parentesi - mentre nel salario anticipato di Marx si aveva .
Il punto teorico decisivo è che la (2.10) determina i prezzi data la distribuzione. Le incognite sono i prezzi relativi e le due variabili distributive e . Le equazioni sono una in meno delle incognite. Il sistema, cioè, ha un grado di libertà: fissata dall'esterno una delle due variabili distributive (per esempio il salario reale, o il saggio di profitto via il tasso di interesse monetario), restano determinati l'altra variabile e tutti i prezzi relativi.
Ne discendono due conseguenze fondamentali. La prima è la relazione inversa fra salario e profitto: a parità di tecnica, un salario più alto implica un saggio di profitto più basso, e viceversa (la frontiera salario-profitto già incontrata con Ricardo). La seconda è che i prezzi dipendono dalla distribuzione, non solo dalla tecnica: al variare di i prezzi relativi si modificano, perché industrie con diversa "profondità" di capitale sono colpite in modo diverso. È esattamente il fenomeno che aveva bloccato Ricardo nella ricerca di una misura invariabile del valore (sezione 1.3.4), e che Sraffa affronta con la merce tipo (si veda il box).
Questo sistema non è una novità isolata: costituisce uno sviluppo delle intuizioni di Ricardo e di Marx. Non a caso, traducendo la teoria del valore-lavoro di Marx in algebra lineare, si ottiene un sistema di prezzi formalmente identico a quello di Sraffa (a meno della convenzione sul salario). Un risultato che, come mostrato altrove, chiarisce in che senso i prezzi di produzione siano "forme fenomeniche" dei valori-lavoro e in che senso la legge del valore vada riferita al prodotto netto e al lavoro vivo complessivamente speso.
💡 Reswitching: perché la funzione di produzione neoclassica non regge. La teoria marginalista della distribuzione (sezione 2.1) poggia su una funzione di produzione in cui il "capitale" è un fattore misurabile, la cui remunerazione, il saggio di interesse, eguaglia la sua produttività marginale. La "parabola" che ne discende è intuitiva: quando il saggio di interesse scende, le imprese adottano tecniche più capital-intensive (si "approfondisce" il capitale), in modo monotono. L'impostazione di Sraffa mostra che questa parabola non regge. Il "capitale" non è una grandezza fisica omogenea, ma una somma di merci eterogenee il cui valore dipende dai prezzi, e i prezzi - come si è visto - dipendono a loro volta dalla distribuzione, cioè dal saggio di profitto. Misurare la "quantità di capitale" indipendentemente da è dunque impossibile. Ma c'è di peggio. Compare ora il fenomeno del ritorno delle tecniche (reswitching): al crescere di , la tecnica di costo minimo può implicare prima minore e poi maggiore intensità di capitale. Non esiste quindi alcuna relazione monotona fra saggio di interesse e "intensità di capitale", e la teoria della distribuzione basata sulle produttività marginali crolla. È il cuore della controversia dei due Cambridge degli anni Sessanta (la Cambridge inglese di Robinson, Sraffa, Pasinetti e Garegnani contro la Cambridge del Massachusetts di Samuelson e Solow), che lo stesso Samuelson riconobbe persa nel 1966. La distribuzione, allora, non è un fatto tecnico di scarsità, ma il prodotto di relazioni sociali.
Un esperimento in R: il ritorno delle tecniche. Per "vedere" il reswitching mettiamo a confronto due tecniche che producono lo stesso bene, ma con una diversa combinazione di input. Al riguardo, si noti che attribuire ai coefficienti di lavoro diverse date di impiego costituisce la rappresentazione ridotta di una diversa composizione di lavoro e beni intermedi. Infatti, il lavoro impiegato due periodi fa rappresenta il lavoro incorporato in un mezzo di produzione realizzato due stadi produttivi a monte. Un diverso profilo temporale del lavoro è quindi semplicemente la forma ridotta di una diversa combinazione di lavoro e beni intermedi: è la "riduzione a quantità datate di lavoro" di Sraffa. Le diverse tecniche possono, dunque, essere descritte mediante tale riduzione: una tecnica è un profilo temporale del lavoro e produrre oggi un'unità di prodotto ha richiesto unità di lavoro periodi fa. Poiché il capitale immobilizzato in quel lavoro passato frutta un profitto, ogni input di lavoro va capitalizzato al fattore .
Scegliendo il prodotto stesso come numerario (cioè ponendo il suo prezzo pari a uno), il prezzo eguaglia il costo e si ottiene, per ciascuna tecnica, l'equazione:
che, risolta per , fornisce la frontiera salario-profitto della tecnica. Nell'esempio del codice la tecnica A impiega lavoro in due date, "adesso" (data 0) e "due periodi fa" (data 2), con coefficienti e ; la tecnica B impiega tutto il lavoro "un periodo fa" (data 1), con . Le due frontiere sono dunque:
A ciascun saggio di profitto si adotta la tecnica che consente il salario più alto (cioè il costo più basso). Le due tecniche si equivalgono quando , ossia quando . Posto , ciò equivale a risolvere l'equazione di secondo grado , che ha radici e , cioè e .
Ed ecco il punto cruciale: siccome il costo della tecnica A è quadratico in - per via del lavoro datato due periodi indietro - mentre quello della B è lineare, le due frontiere possono intersecarsi due volte. La tecnica B risulta la migliore per saggi bassi, la A per saggi intermedi, e la B ritorna per saggi alti. È questo il cosiddetto "ritorno delle tecniche", il quale dimostra che non esiste un ordinamento delle tecniche per "intensità di capitale" indipendente dalla distribuzione. Nel secondo pannello, le curve dell'intensità capitalistica delle due tecniche si incrociano, sicché quale tecnica sia più capitalistica dipende dal livello di .
# Il ritorno delle tecniche (reswitching)
# Esempio numerico di "reswitching":
# la tecnica B è conveniente ai saggi di profitto bassi e alti,
# mentre la tecnica A è conveniente per valori intermedi di r.
# Cancella tutto ####
rm(list = ls(all = TRUE))
if (!is.null(dev.list())) dev.off()
cat("\014")
# Nota: a) due tecniche per ottenere 1 unità del bene
# b) numerario = il bene stesso
# c) costo unitario = w * Σ l_t (1+r)^t.
# d) la tecnica A impiega lavoro nei periodi 0 e 2; la tecnica B nel periodo 1
# Scrivi il modello ####
lA0 <- 1.3125 # Lavoro anticipato di 0 periodi nella tecnica A
lA2 <- 1 # Lavoro anticipato di 2 periodi nella tecnica A
lB1 <- 2.3 # Lavoro anticipato di 1 periodo nella tecnica B
r <- seq(0, 0.45, length.out = 600) # Saggio di profitto (vettore)
x <- 1 + r # Coefficiente di ricarico (vettore)
costA <- lA0 + lA2 * x^2 # Costo unitario della tecnica A (vettore)
costB <- lB1 * x # Costo unitario della tecnica B (vettore)
wA <- 1 / costA # Salario nel settore A (vettore)
wB <- 1 / costB # Salario nel settore B (vettore)
rsw <- sort(Re(polyroot(c(lA0, -lB1, lA2)))) - 1 # Saggi di profitto ai quali le due tecniche hanno lo stesso costo
# Nota: polyroot() = calcola le radici di un polinomio (ottenuto uguagliando i costi unitari delle due tecniche)
# Re = estrae la parte reale ed elimina la parte immaginaria
# sort = ordina le soluzioni in ordine crescente
wenv <- pmax(wA, wB) # Frontiera salario-profitto (inviluppo delle due tecniche) (vettore)
rk <- r[-1] # Saggio di profitto meno il primo valore nullo
kA <- -diff(wA)/diff(r) # Intensità capitalistica implicita della tecnica A (= -dw/dr) (vettore)
kB <- -diff(wB)/diff(r) # Intensità capitalistica implicita della tecnica B (= -dw/dr) (vettore)
# Mostra informazioni
cat("Saggi di profitto ai quali le due tecniche hanno lo stesso costo r =", round(rsw, 4), "\n")
# Impostazioni grafiche
par(mfrow = c(1, 2), mar = c(4.2, 4.2, 3, 1))
# Pannello 1: inviluppo colorato per tecnica scelta ####
plot(r, wA, type = "l", lwd = 1, col = "blue", ylim = range(wA, wB),
main = "Tecnica scelta (inviluppo): B -> A -> B",
xlab = "Saggio di profitto r", ylab = "Salario w", font.main = 1, cex.main = 0.95)
lines(r, wB, lwd = 1, col = "red")
mB1 <- r <= rsw[1]; mA <- r > rsw[1] & r < rsw[2]; mB2 <- r >= rsw[2]
lines(r[mB1], wenv[mB1], lwd = 3.5, col = "red")
lines(r[mA], wenv[mA], lwd = 3.5, col = "blue")
lines(r[mB2], wenv[mB2], lwd = 3.5, col = "red")
abline(v = rsw, lty = 3, col = "grey")
text(0.02, max(wB), "B", col = "red"); text(0.15, 0.40, "A", col = "blue")
text(0.33, 0.35, "B (ritorna)", col = "red"); grid()
# Pannello 2: intensita' capitalistica delle due tecniche ####
plot(rk, kA, type = "l", lwd = 2, col = "blue", ylim = range(kA, kB),
main = "Intensità capitalistica: l'ordinamento si inverte",
xlab = "Saggio di profitto r", ylab = "k = valore capitale / lavoro",
font.main = 1, cex.main = 0.95)
lines(rk, kB, lwd = 2, col = "red")
abline(v = rsw, lty = 3, col = "grey")
legend("topright", c("k tecnica A", "k tecnica B"),
lty = 1, lwd = 2, col = c("blue", "red"), bty = "n"); grid()
|
| Figura 2.4 - Il ritorno delle tecniche. A sinistra, la tecnica di costo minimo (inviluppo in grassetto) al variare del saggio di profitto: la tecnica B è scelta per r bassi, la A per r intermedi, e la B ritorna per r alti (doppio switch). A destra, l'intensità capitalistica delle due tecniche: le curve si incrociano, dunque non esiste un ordinamento delle tecniche per intensità di capitale indipendente dalla distribuzione. Cade così la "parabola" neoclassica del capitale. |
Se si prende l'impostazione di Ricardo e di Marx - il sovrappiù, la riproduzione, i prezzi naturali o di produzione, il saggio di profitto uniforme - e la si traduce in algebra lineare, si arriva esattamente alle equazioni di prezzo di Sraffa (2.10). E queste equazioni, a loro volta, presuppongono una precisa visione del funzionamento dell'economia: quella di un sistema di settori che si scambiano reciprocamente input e output, ciascuno dipendente da tutti gli altri. È, punto per punto, la visione del modello input-output di Leontief (sezione 3.1).
In questo senso Sraffa può essere interpretato come la controparte teorica del modello input-output. Leontief ne fornisce la contabilità e la misura empirica (le tavole delle interdipendenze settoriali), Sraffa il fondamento logico e il legame con la teoria classica del valore e della distribuzione. Gli schemi di riproduzione di Marx (sezione 1.4.5), i prezzi di produzione (sezione 1.4.4) e persino il modello grano-grano di Ricardo (sezione 1.3.2) si ritrovano qui nella loro forma rigorosa e generale, come casi della stessa struttura matriciale.
I due approcci discussi nella Parte II - quella di Keynes e quella di Sraffa - si possono far dialogare in un unico, semplice modello dinamico. L'idea è che essi rispondano a domande diverse e complementari: Keynes spiega il livello del reddito e dell'occupazione (la domanda effettiva e il moltiplicatore); Sraffa spiega i prezzi relativi e la loro dipendenza dalla distribuzione. Il modello che segue prende il modello keynesiano elementare (sezione 2.2.6) e lo "apre" in più industrie, aggiungendovi il nucleo input-output e i prezzi di produzione. È, in un certo senso, il ponte fra il moltiplicatore e i modelli della Parte III: anticipa il modello input-output (sezione 3.1), ma resta un modello reale, privo di moneta e ricchezza. Il salto verso la coerenza fondi-flussi (SFC) verrà compiuto solo nelle sezioni 3.2-3.3.
Il modello si articola in due blocchi separati, secondo una vera e propria divisione del lavoro fra Keynes e Sraffa. Dal lato dei prezzi (Sraffa), i prezzi di produzione delle tre industrie sono determinati una volta per tutte dalla tecnica e dalla distribuzione, secondo la regola del cost-plus. Ogni prezzo è pari al costo unitario del lavoro più un ricarico sui costi dei mezzi di produzione, . Dato il salario, la produttività e il mark-up, questi prezzi restano costanti. Dal lato delle quantità (Keynes), il livello del reddito reale è determinato dalla domanda effettiva: il consumo reagisce con un ritardo al reddito, , e la domanda finale (consumi, investimenti, spesa pubblica) si ripartisce fra le industrie secondo quote fisse.
L'inversa di Leontief traduce infine la domanda finale nella produzione lorda di ciascuna industria, comprensiva dei fabbisogni intermedi. Uno shock all'investimento autonomo (da 10 a 30, come nel modello elementare) mette in moto il moltiplicatore e si propaga, tramite la struttura input-output, a tutte le industrie.
# Modello dinamico Keynes + Sraffa (senza moneta, NON ancora SFC)
# Cancella tutto ####
rm(list = ls(all = TRUE))
if (!is.null(dev.list())) dev.off()
cat("\014")
# Parametri di sistema ####
nPeriods <- 180 # Periodi
nScenarios <- 2 # Numero di scenari
nIndustries <- 3 # Numero di industrie
# Parametri del modello ####
c0 <- 10 # Consumo autonomo
c1 <- 0.8 # Propensione marginale al consumo sul reddito
Gexog <- 20 # Valore iniziale della spesa pubblica
I0base <- 10 # Valore iniziale dell'investimento
wage <- 0.4 # Salario unitario
pr <- c(3.5, 5, 2.2) # Prodotto per unità di lavoro
mu <- 0.875 # Mark-up o saggio di profitto
A <- matrix(c(0.11, 0.12, 0.10,
0.21, 0.22, 0.20,
0.15, 0.18, 0.10),
nrow = nIndustries,
byrow = TRUE) # Matrice dei coefficienti tecnici
Leontief <- solve(diag(nIndustries) - A) # Inversa di Leontief (I-A)^-1
betaC <- c(0.15, 0.35, 0.50) # Quote di consumo per prodotto (industria)
betaI <- c(0.20, 0.50, 0.30) # Quote di investimento per prodotto (industria)
betaG <- c(0.10, 0.30, 0.60) # Quote di spesa pubblica per prodotto (industria)
# Parametri dello shock ####
I0shock <- 30 # Nuovo livello dell'investimento
shockAt <- 120 # Periodo dello shock
# Prezzi di produzione (cost-plus alla Sraffa), COSTANTI ####
p <- rep(1, nIndustries)
for (iter in 1:500) for (z in 1:nIndustries)
p[z] <- wage / pr[z] + (1 + mu) * sum(p * A[, z])
p_c <- sum(p * betaC) # Indice dei prezzi al consumo
# Variabili ####
I0 <- matrix(I0base, nScenarios, nPeriods) # Investimento
yr <- matrix(0, nScenarios, nPeriods) # Prodotto netto reale
C <- matrix(0, nScenarios, nPeriods) # Consumo
Y <- matrix(0, nScenarios, nPeriods) # Reddito netto nominale
d <- array(0, dim = c(nScenarios, nPeriods, nIndustries)) # Domanda reale
x <- array(0, dim = c(nScenarios, nPeriods, nIndustries)) # Prodotto lordo reale
# Lancia il modello ####
for (j in 1:nScenarios) {
for (i in 2:nPeriods) {
if (i >= shockAt && j == 2) I0[j, i] <- I0shock # Shock all'investimento
C[j, i] <- c0 + c1 * yr[j, i - 1] # Consumo reale (Keynes)
d[j, i, ] <- betaC * C[j, i] + betaI * I0[j, i] + betaG * Gexog
Y[j, i] <- sum(p * d[j, i, ]) # Reddito netto nominale
yr[j, i] <- Y[j, i] / p_c # Reddito netto reale
x[j, i, ] <- Leontief %*% d[j, i, ] # Produzione lorda (Leontief)
}
}
# Grafici ####
indCol <- c("springgreen4", "orangered", "dodgerblue3")
indLab <- c("Agricoltura", "Manifattura", "Servizi")
par(mfrow = c(2, 2), mar = c(4, 4, 3, 1))
# a) Reddito reale
plot(yr[2,100:nPeriods], type = "l", lwd = 2, col = "purple", ylim = range(180,320),
main = "a) Reddito reale (moltiplicatore)", xlab = "Tempo", ylab = "Reddito reale",
font.main = 1, cex.main = 0.95)
lines(yr[1,100:nPeriods], lwd = 2, lty = 3, col = "gold3")
legend("right", c("Shock", "Baseline"), lty = c(1, 3), lwd = 2, col = c("purple", "gold3"), bty = "n")
# a) Consumo reale
plot(C[2,100:nPeriods]/p_c, type = "l", lwd = 2, col = "purple", ylim = range(150,270),
main = "b) Consumo reale", xlab = "Tempo", ylab = "Consumo reale",
font.main = 1, cex.main = 0.95)
lines(C[1,100:nPeriods]/p_c, lwd = 2, lty = 3, col = "gold3")
legend("right", c("Shock", "Baseline"), lty = c(1, 3), lwd = 2, col = c("purple", "gold3"), bty = "n")
# c) Produzione lorda per industria
plot((x[2,100:nPeriods,1]), type = "l", lty = 1, lwd = 2, col = "springgreen4", ylim = range(x[2,100:nPeriods,]),
main = "c) Produzione lorda per industria (shock)", xlab = "Tempo",
ylab = "Produzione lorda (reale)", font.main = 1, cex.main = 0.95)
lines((x[2,100:nPeriods,2]), lty = 1, lwd = 2, col = "orangered")
lines((x[2,100:nPeriods,3]), lty = 1, lwd = 2, col = "dodgerblue3")
legend("right", indLab, col = indCol, lwd = 2, bty = "n")
# c) Prezzi
barplot(p, names.arg = indLab, col = indCol, ylim = c(0, 1.2),
main = "d) Prezzi di produzione (cost-plus)", ylab = "Prezzo unitario",
font.main = 1, cex.main = 0.95)
|
| Figura 2.5 - Modello dinamico Keynes + Sraffa. (a) Uno shock all'investimento autonomo (da 10 a 30) accresce il reddito reale di un multiplo dello shock (moltiplicatore keynesiano). (b) La maggiore domanda si propaga a tutte le industrie: l'inversa di Leontief converte la domanda finale nella produzione lorda di ciascun settore, comprensiva dei fabbisogni intermedi. (c) I prezzi di produzione (cost-plus alla Sraffa) sono determinati dalla tecnica e dalla distribuzione e restano costanti: sono le quantità, non i prezzi, ad aggiustarsi. |
Un dettaglio della figura merita attenzione, perché illustra bene la logica input-output. Prima dello shock la produzione lorda dei servizi supera quella della manifattura, dato che consumi e spesa pubblica si rivolgono in prevalenza ai servizi. Dopo lo shock, invece, la manifattura la raggiunge. La ragione è duplice: lo shock riguarda l'investimento, che nel modello è la componente di domanda più manifatturiera, e soprattutto la manifattura è il principale fornitore di input intermedi dell'economia (dato che ogni industria ne impiega circa un quinto per unità prodotta).
Così, quando l'attività si espande, la domanda intermedia di prodotti manifatturieri cresce più di ogni altra, e l'inversa di Leontief la amplifica: la manifattura resta indietro nella domanda finale, ma recupera nella produzione lorda. È un utile promemoria del fatto che produzione lorda e domanda finale non coincidono, e che il peso di un settore dipende anche, e talvolta soprattutto, dalle sue connessioni a monte con il resto del sistema.
Il modello mette così in scena la sintesi che attraversa tutto il corso: le quantità sono keynesiane, i prezzi sono sraffiani. Il livello dell'attività è governato dalla domanda effettiva e può stabilizzarsi ovunque (non necessariamente alla piena occupazione), mentre i prezzi relativi di riproduzione riflettono i costi e la distribuzione, indipendentemente dalle domande individuali.
Manca ancora un ingrediente decisivo: la moneta, con gli stock finanziari e la loro coerenza contabile. Aggiungendola (quindi facendo sì che ogni flusso alimenti uno stock e che i bilanci di tutti i settori tornino) si ottiene un modello input-output stock-flow consistent, ed è ciò di cui ci occuperemo nella Parte III.
❓ Le quattro domande-guida in chiave sraffiana. Che cosa determina la produzione? La tecnica e le condizioni di riproduzione del sistema: dati i metodi produttivi e la composizione del prodotto sociale, l'economia è vista come un processo circolare, non come allocazione di risorse scarse. Come si formano i prezzi? Sono prezzi di produzione (centri di gravitazione dei prezzi di mercato), determinati dalla tecnica e dalla distribuzione tramite la (2.10); dipendono da e , non dall'utilità marginale. Da dove nascono i profitti? Dal sovrappiù: la parte del prodotto netto che eccede i salari; la sua ripartizione fra profitti e salari è fissata da una variabile distributiva assunta dall'esterno (conflitto, istituzioni, tasso di interesse), non dalle produttività marginali. Quale ruolo hanno banche e moneta? Nel sistema "puro" restano sullo sfondo, ma Sraffa apre alla possibilità che sia il tasso di interesse monetario a fissare il saggio di profitto: un ponte diretto verso Keynes (sezione 2.2) e la teoria del circuito (sezione 3.2).
La sintesi neoclassico-keynesiana descritta nella sezione 2.2 - il modello IS-LM e la sua traduzione manualistica - aveva "addomesticato" Keynes, riducendone il messaggio a un caso particolare (quello dei prezzi e dei salari rigidi) all'interno di un impianto sostanzialmente pre-keynesiano. Per circa un ventennio, dal dopoguerra alla fine degli anni sessanta, questo compromesso funzionò: bastava affiancare alla teoria dell'equilibrio di piena occupazione una politica fiscale e monetaria "keynesiana" di stabilizzazione del ciclo. All'inizio degli anni settanta, però, il compromesso entra in crisi, e prende avvio quella che è stata efficacemente chiamata una controrivoluzione: un progressivo ritorno all'ortodossia pre-keynesiana, di cui il monetarismo di Milton Friedman e il successivo neomonetarismo (o scuola delle aspettative razionali o nuova macroeconomia classica) di Robert Lucas sono le due tappe principali.
Le ragioni di questo rovesciamento sono insieme interne ed esterne alla disciplina. Sul piano interno, la sintesi neoclassico-keynesiana si rivelò incapace di spiegare la stagflazione (ossia la coesistenza di alta inflazione e alta disoccupazione) che caratterizzò il decennio. La curva di Phillips manualistica, che postulava una relazione stabile e inversa fra inflazione e disoccupazione, semplicemente non reggeva più al confronto con i dati. Sul piano esterno, gli anni settanta furono attraversati da una eccezionale forza del movimento operaio (con la connessa spinta salariale e la caduta della redditività del capitale), dai conflitti geopolitici e dagli shock petroliferi. In un simile contesto, prevale una lettura puramente monetaria dell'inflazione. La difesa dell'intervento pubblico nell'economia lascia il posto alla richiesta di regole, disciplina di bilancio e indipendenza della banca centrale.
Vi è, in tutto questo, un paradosso che vale la pena segnalare fin d'ora: l'enfasi sul ruolo delle aspettative, che sarà la leva con cui la controrivoluzione smonterà l'impianto keynesiano, è in realtà una strada aperta proprio da Keynes, il primo a collocare le aspettative e l'incertezza sul futuro al centro della determinazione dell'investimento e della domanda di moneta. Il neomonetarismo ne rovescerà però il significato, trasformandole (una volta rese "razionali") da fonte di subottimalità e di insufficienza cronica della domanda aggregata nel meccanismo che riconduce l'economia al suo equilibrio naturale.
La controrivoluzione si articola in alcune tappe successive, che conviene ricostruire nell'ordine, perché ciascuna smonta un pezzo dell'edificio keynesiano.
La prima mossa consiste nel riportare al centro la teoria quantitativa della moneta, riformulata da Milton Friedman come teoria della domanda di moneta. Nella sua forma essenziale essa afferma che il livello dei prezzi è governato dalla quantità di moneta in circolazione,
da cui:
con la velocità di circolazione trattata come stabile e il reddito reale ancorato al suo livello "naturale".
L'offerta di moneta, a sua volta, viene concepita come una grandezza che la banca centrale controlla dall'esterno attraverso la base monetaria e il moltiplicatore della moneta:
dove dipende dalle propensioni a detenere circolante e riserve. Si tratta della visione esogena della moneta, ribaltata rispetto alla logica keynesiana: la quantità di moneta non risponde ai bisogni della produzione, ma è la variabile di controllo da cui dipendono i prezzi.
La conseguenza polemica è immediata: se lo Stato finanzia la spesa emettendo moneta, non fa che alimentare l'inflazione. La politica fiscale espansiva viene così ridefinita, per costruzione, come un fenomeno essenzialmente inflazionistico. Per una critica di questa impostazione, si veda qui.
La seconda mossa colpisce il cuore analitico della teoria di Keynes: il moltiplicatore della spesa (sezione 2.2.6). Esso poggia su una funzione del consumo che lega la spesa delle famiglie al reddito corrente, . Friedman e Modigliani, con due ipotesi affini, ne minano il fondamento.
Secondo l'ipotesi del reddito permanente di Milton Friedman, le famiglie non regolano il consumo sul reddito effettivo del periodo, ma sul reddito che si aspettano di percepire in modo durevole, il reddito permanente :
Secondo l'ipotesi del ciclo vitale di Franco Modigliani, analogamente, gli individui distribuiscono il consumo lungo l'intero arco della loro esistenza, risparmiando negli anni di reddito elevato e attingendo ai risparmi in quelli di reddito basso.
In entrambi i casi la conclusione è la stessa: una variazione transitoria del reddito (per esempio, quella indotta da uno stimolo fiscale temporaneo) viene in larga parte risparmiata anziché spesa, perché non modifica il reddito permanente né la ricchezza di ciclo vitale. La propensione a consumare il reddito aggiuntivo si assottiglia, il moltiplicatore si riduce e la politica di bilancio perde efficacia. Il moltiplicatore keynesiano, da meccanismo centrale della determinazione del reddito, viene ricondotto a un caso di miopia dei consumatori.
La terza mossa riguarda il legame fra inflazione e disoccupazione. La lettura accelerazionista proposta da Friedman (e, indipendentemente, da Edmund Phelps) riscrive la curva di Phillips introducendo le aspettative di inflazione:
dove è l'inflazione attesa e il tasso di disoccupazione "naturale". Se le aspettative sono adattive - se cioè i lavoratori aggiornano gradualmente sulla base dell'inflazione passata - allora esiste un trade-off fra inflazione e disoccupazione solo finché gli agenti sono ingannati. Nel lungo periodo, quando le aspettative si adeguano (), la disoccupazione ritorna al livello naturale e la curva di Phillips diventa verticale (). Nessuna politica della domanda può, quindi, tenere stabilmente la disoccupazione al di sotto di , ma solo accelerare l'inflazione. La disoccupazione, di nuovo, dipende soltanto da fattori "reali" (l'offerta di lavoro, le imperfezioni del mercato del lavoro), esattamente come nella teoria pre-keynesiana.
Lucas porta questo ragionamento alla sua conclusione radicale sostituendo le aspettative adattive con le aspettative razionali: gli agenti non commettono errori sistematici, perché formano le proprie previsioni usando lo stesso modello che governa l'economia. Ne segue che solo le variazioni monetarie inattese possono avere effetti reali, e solo transitori. La curva di Phillips diventa verticale anche nel breve periodo, salvo la deviazione temporanea prodotta da shock esogeni non anticipati dagli agenti economici. È il celebre risultato di inefficacia della politica economica: una politica sistematica della domanda, essendo prevedibile, viene neutralizzata dagli agenti e non produce alcun effetto reale.
La quarta e ultima mossa è metodologica, ma è forse la più gravida di conseguenze. Con la cosiddetta critica di Lucas (1976) si mette in discussione l'intera generazione dei grandi modelli macroeconometrici di ispirazione keynesiana. L'argomento è il seguente: i parametri stimati di quei modelli (propensioni al consumo, elasticità, ritardi) non sono costanti di natura, ma riassumono i comportamenti degli agenti dato un certo regime di politica economica. Se la politica cambia, gli agenti razionali modificano il proprio comportamento e i parametri stimati non sono più validi. Prevedere gli effetti di una nuova politica sulla base di relazioni stimate sotto la vecchia politica è dunque, secondo Lucas, un errore logico.
Da qui la richiesta di rifondare la macroeconomia su microfondazioni, ossia di derivare ogni relazione aggregata dal problema di ottimizzazione di un agente rappresentativo dotato di preferenze e tecnologia stabili, gli unici parametri considerati genuinamente "profondi" e invarianti rispetto alla politica.
È bene sottolineare che questa mossa svolge anche una funzione difensiva meno dichiarata. La ricerca sull'equilibrio economico generale di tradizione walrasiana (sezione 2.1) si era infatti scontrata con un ostacolo insormontabile: i teoremi di Sonnenschein, Mantel e Debreu avevano dimostrato che, aggregando le domande di individui eterogenei ma razionali, la funzione di eccesso di domanda che ne risulta può avere una forma pressoché qualsiasi. In generale, quindi, l'equilibrio generale non può essere dimostrato né unico né stabile. L'unico modo per riottenere un equilibrio ben definito e stabile è imporre che il comportamento aggregato sia quello di un singolo individuo: proprio ciò che l'ipotesi dell'agente rappresentativo garantisce per costruzione. Le microfondazioni, in altre parole, non risolvono il problema dell'aggregazione: lo aggirano, assumendo che il problema non esista.
💡 Razionalità? Sì, ma quale? L'obiezione che la teoria classico-keynesiana muove al neomonetarismo non è che gli individui siano irrazionali, né che le aspettative non contino. Sarebbe una tesi ingenua, e per giunta estranea a Keynes, il primo ad avere posto le aspettative al centro dell'analisi. Il punto è un altro, e riguarda la particolare definizione di razionalità adottata. L'ipotesi di aspettative razionali (Muth, 1961) non chiede semplicemente agli agenti di non commettere errori grossolani: pretende che essi conoscano il "vero" modello dell'economia - la distribuzione di probabilità oggettiva che genera gli eventi - e che, disponendo di capacità di calcolo illimitata, massimizzino coerentemente su quella base. La razionalità, qui, coincide con l'ottimizzazione da parte di un agente onnisciente in un mondo probabilisticamente conosciuto. Che si tratti di una nozione peculiare, e non del senso comune del termine "razionale", si intuisce ricorrendo ad un esempio quotidiano. Nessuno sceglie come vestirsi o cosa mangiare costruendo il modello probabilistico corretto del proprio ambiente, enumerando tutte le contingenze future e massimizzando l'utilità attesa intertemporale sotto vincolo. Una persona che decidesse davvero così - che ogni mattina risolvesse un problema di ottimizzazione dinamica per abbinare giacca e pantaloni - non ci apparirebbe più razionale degli altri: ci apparirebbe, con ogni probabilità, pazza. Le scelte reali poggiano su abitudini, convenzioni, gusti sedimentati e regole pratiche (le rules of thumb), che sono forme di razionalità adattiva e contestuale, non deviazioni da un ideale di calcolo perfetto. Che questa sia la regola, e non l'eccezione, lo conferma la ricerca sui processi decisionali. Già Herbert Simon aveva contrapposto alla razionalità "sostanziale" degli ottimizzatori una razionalità limitata e procedurale, in cui gli individui non massimizzano ma si accontentano di soluzioni soddisfacenti (Simon, 1955). La psicologia cognitiva di Kahneman e Tversky ha poi mostrato che le decisioni si fondano su euristiche sistematiche, non sul calcolo probabilistico (Tversky e Kahneman, 1974; Kahneman, 2011). Ancora più radicale è l'indicazione delle neuroscienze: le nostre decisioni non dipendono dalla quantità di informazioni disponibili né dal possedere o meno il modello "giusto", ma da una stratificazione di esperienze e condizionamenti. Queste non sono l'opposto della ragione, ma una sua condizione di funzionamento. Il rilievo ha una conseguenza precisa per la modellistica. Poiché in un mondo attraversato da incertezza fondamentale (ossia non riducibile a rischio calcolabile) la distribuzione di probabilità "vera" semplicemente non esiste, l'ipotesi di aspettative razionali non è neppure ben definita. Gli agenti non possono conoscere un modello che nessuno possiede. È per questo che gli approcci classico-keynesiani e post-keynesiani, anziché derivare i comportamenti da un agente rappresentativo ottimizzante e preveggente, li descrivono attraverso regole comportamentali (propensioni, norme, convenzioni) storicamente e socialmente situate.
È a questo punto - di fronte alla restaurazione dell'ortodossia neoclassica ad opera del monetarismo e del neomonetarismo - che gli approcci più radicalmente in dissenso prendono strade proprie e si separano nettamente dal mainstream. Da quel ripensamento ha origine la famiglia di modelli che possiamo raccogliere sotto il termine ombrello di modellistica post-keynesiana.
L'etichetta è, in verità, imprecisa: sotto di essa convivono tradizioni distinte e non sempre concordi, che condividono però il rifiuto dei pilastri neoclassici e il riconoscimento del principio della domanda effettiva. Vi rientrano i teorici del sovrappiù di matrice classico-sraffiana (sezione 2.3), numerosi economisti di ispirazione marxista, parte degli evoluzionisti, i circuitisti e i teorici della moneta endogena. Ciò che li accomuna, sul piano del metodo, è l'adozione di coefficienti tecnici determinati dalla struttura produttiva anziché dalla sostituzione fra fattori (sezione 2.3.1), il trattamento della moneta come variabile endogena e non come grandezza controllata dall'alto, e l'idea che il livello dell'attività economica sia governato dalla domanda tanto nel breve quanto nel lungo periodo.
|
| Figura 2.6 - Alcuni tra i maggiori protagonisti dei dibattiti su teoria e metodi per lo studio dei fenomeni economici, disposti in una griglia 2×3. Vi compaiono Adam Smith, fondatore dell'economia politica e delle sue "due anime", micro e macro (sezione 1.2); David Ricardo, che pone al centro la distribuzione del prodotto fra le classi e il conflitto che l'accompagna (sezione 1.3); Karl Marx, che trasforma l'economia politica classica in critica dell'economia politica, con la teoria dello sfruttamento e delle crisi endogene (sezione 1.4); John Maynard Keynes, che restituisce all'analisi la dimensione macroeconomica e il principio della domanda effettiva (sezione 2.2); Milton Friedman, principale artefice della controrivoluzione monetarista (sezione 2.4); e Piero Sraffa, che ricostruisce l'impianto classico del sovrappiù e ne fornisce la veste matematica moderna, ponte verso il modello input-output (sezione 2.3). Le loro posizioni, spesso in aperto contrasto, incarnano le due visioni di base - il mercato come ordine autoregolato contro la centralità della produzione e del conflitto - attorno a cui ruota l'intero corso (Figura 1.1). |
È precisamente questa la tradizione entro cui si collocano i modelli sviluppati nella Parte III di questo corso. Il modello dinamico Keynes + Sraffa della sezione 2.3.5 ne è già un primo esempio: quantità governate dalla domanda effettiva, prezzi governati dalla tecnica e dalla distribuzione. I passi successivi consisteranno nel dare a quello scheletro un corpo monetario e finanziario coerente, facendo sì che ogni flusso alimenti uno stock e che i bilanci di tutti i settori si chiudano.
La terza parte del corso raccoglie i fili delle prime due e li traduce in strumenti di modellizzazione. Se la Parte I ha ricostruito la visione classica dell'economia come processo di riproduzione e sovrappiù, e la Parte II ne ha seguito la crisi e la rinascita fino a Keynes e Sraffa, la Parte III mostra come quella visione prenda forma in famiglie di modelli fra loro complementari: il modello input-output (sezione 3.1), che descrive l'economia come insieme di settori integrati; i modelli del circuito monetario e fondi-flussi (sezione 3.2), che la descrivono come insieme di bilanci integrati; e la loro sintesi, aperta verso i sistemi complessi (sezione 3.3).
I modelli visti finora sono pienamente aggregati (con l'eccezione di quello discusso nella sezione 2.3.5): la produzione è un unico bene omogeneo e l'intera economia si riassume in poche grandezze macroeconomiche. Ma l'immagine che percorre tutto il corso, dal Tableau di Quesnay agli schemi di Marx fino ai prezzi di Sraffa, è un'altra: quella di un'economia fatta di settori che si producono reciprocamente i mezzi di produzione. Il modello input-output di Wassily Leontief (premio Nobel 1973) è la forma rigorosa e generale di questa immagine, ed è al tempo stesso la sua controparte empirica, poiché si fonda su tavole statistiche - le tavole delle interdipendenze settoriali - che misurano gli scambi effettivi fra le industrie di un paese (Miller e Blair, 2009).
Conviene richiamare il filo che ci ha condotti fin qui. Il Tableau économique (sezione 1.2.1) raffigurava per la prima volta l'economia come flusso circolare fra classi, in cui il prodotto di un anno fornisce gli input dell'anno successivo. Gli schemi di riproduzione di Marx (sezione 1.4.5) davano a quell'idea una forma a due settori - beni di produzione e beni di consumo - legati da precise condizioni di scambio. Il sistema grano-ferro di Sraffa (sezione 2.3.2) mostrava, nel caso più semplice, che i prezzi non sono che i rapporti i quali consentono a ciascuna industria di riacquistare i mezzi di produzione consumati. E la sezione 2.3.4 ne ha indicato l'approdo: tradotte in algebra lineare, tutte queste costruzioni convergono in un'unica struttura matriciale, di cui Sraffa fornisce il fondamento teorico e Leontief la misura empirica. Il modello input-output è quella struttura.
L'idea di fondo è semplice. Con più industrie, ciascuna ha bisogno dei prodotti delle altre come input. Perciò la produzione lorda di ogni settore non serve solo a soddisfare la domanda finale (consumi, investimenti, spesa pubblica), ma anche la domanda intermedia delle altre industrie. Produzione lorda e domanda finale, come già osservato a proposito del modello Keynes + Sraffa (sezione 2.3.5), non coincidono: la loro differenza è precisamente ciò che circola all'interno del sistema produttivo.
Tutta l'informazione si riassume in un'unica tavola contabile (Miller e Blair, 2009, capitoli 1-2). Con industrie, indichiamo con il flusso di prodotto dell'industria impiegato come input dall'industria , con la domanda finale del bene , con la produzione lorda dell'industria e con il valore aggiunto (salari e profitti) generato dall'industria .
| Ind. 1 | Ind. 2 | Ind. | Domanda finale | Prod. lorda | ||
|---|---|---|---|---|---|---|
| Ind. 1 | ||||||
| Ind. 2 | ||||||
| Ind. | ||||||
| Valore aggiunto | ||||||
| Impieghi totali |
Letta per righe, la tavola mostra come si distribuisce il prodotto dell'industria : i flussi venduti come input a ciascuna industria , più la domanda finale . Letta per colonne, mostra invece che cosa l'industria deve acquistare per produrre: gli stessi flussi , più il valore aggiunto . Poiché per ogni industria la produzione lorda eguaglia il totale degli impieghi, vale l'identità contabile
Il cuore del modello è un'ipotesi tecnologica: la produzione impiega gli input in proporzioni fisse. La quantità del bene necessaria a produrre una unità del bene è il coefficiente tecnico , la stessa nozione già incontrata nei prezzi di produzione di Marx e Sraffa (equazioni 1.22-1.23 e 2.10). I flussi intermedi si scrivono allora . È esattamente l'ipotesi di coefficienti fissi discussa nella sezione 2.3.1, quella che separa la modellistica classico-keynesiana dalla sostituibilità fra fattori di marca neoclassica.
💡 "Reale" non significa "fisico". Le variabili definite come "reali" (produzione reale, domanda finale reale, coefficienti tecnici reali) non vanno intese come quantità fisiche (tonnellate, unità, ore). I dati effettivi, tanto la contabilità nazionale quanto le tavole input-output, registrano transazioni in termini monetari, a prezzi correnti. Ciò che chiamiamo "reale" sono quei valori nominali divisi per un indice dei prezzi costruito ad hoc: un deflatore implicito e specifico per ciascuna grandezza, che serve a depurare (parzialmente) i valori dagli effetti di prezzo. La distinzione non è meramente terminologica. Le serie deflazionate dipendono dall'indice scelto ed ereditano i noti problemi dei numeri indice che sorgono nell'aggregare beni e servizi eterogenei. In particolare, i coefficienti tecnici "reali" calcolati da dati deflazionati possono variare nel tempo per il solo mutare dei prezzi relativi, anche quando la relazione tecnica fra input e prodotto è rimasta invariata. Usiamo dunque "reale" nel senso corrente della contabilità nazionale, segnalando qui la differenza per evitare la comune confusione con "fisico".
Raccogliendo i coefficienti nella matrice , le produzioni lorde nel vettore e le domande finali nel vettore , l'identità (3.1) diventa il sistema di Leontief:
la cui soluzione è:
La matrice è l'inversa di Leontief, che abbiamo già incontrato più volte. Essa traduce una qualunque domanda finale nella produzione lorda che ogni industria deve realizzare per soddisfarla, direttamente e indirettamente. Il significato diventa trasparente sviluppando l'inversa nella serie di Neumann (si vedano i box per geek e nerd 1 e 3).
La produzione deve coprire la domanda finale (), poi gli input necessari a produrla (), poi gli input di quegli input (), lungo una catena infinita che converge purché il sistema sia produttivo, cioè capace di reintegrare i propri mezzi di produzione e lasciare un sovrappiù. Le condizioni precise di esistenza e di positività dell'inversa - il raggio spettrale di minore di 1 e il teorema di Perron-Frobenius - sono discusse nei box 3 e 4.
Il modello è guidato dalla domanda: dato , livello e composizione della produzione si determinano di conseguenza. Sommando gli elementi della colonna -esima dell'inversa si ottiene inoltre il moltiplicatore di produzione del settore , cioè la produzione lorda complessivamente attivata in tutta l'economia da una unità di domanda finale rivolta a quel settore: una misura delle sue connessioni a monte con il resto del sistema (Miller e Blair, 2009). È la versione settoriale del moltiplicatore keynesiano (Box 1).
La stessa inversa risolve due problemi speculari, a seconda del lato da cui la si moltiplica. Moltiplicata a destra per la domanda finale (un vettore colonna) restituisce le quantità: le produzioni lorde necessarie a soddisfare quella domanda, direttamente e indirettamente. Moltiplicata a sinistra per i coefficienti di lavoro diretto (un vettore riga) restituisce i valori: il lavoro complessivo, diretto e indiretto, incorporato in ciascun bene, (sono i valori-lavoro di Marx, equazione 1.22). L'intuizione è la stessa da entrambi i lati: poiché somma l'intera catena dei fabbisogni, partendo dalla domanda finale si risale a tutta la produzione che la sostiene, e partendo dal lavoro diretto si risale a tutto il lavoro che ogni merce contiene. I prezzi di produzione di Sraffa (equazione 2.10) hanno la stessa struttura, con l'aggiunta del profitto. Leontief e Sraffa sono così, alla lettera, le due facce - quantità e prezzi - della medesima interdipendenza (sezione 2.3.4).
|
| Figura 3.1 - Modello input-output a tre industrie (agricoltura, manifattura, servizi), con i coefficienti tecnici del modello Keynes + Sraffa (sezione 2.3.5) e domanda finale d = (50, 80, 120). (a) La produzione lorda supera la domanda finale in ogni settore: la differenza è la domanda intermedia che circola fra le industrie. (b) Il moltiplicatore di produzione di ciascun settore, somma della relativa colonna dell'inversa di Leontief, misura la produzione lorda totale attivata da un'unità di domanda finale rivolta a quel settore; la manifattura, principale fornitrice di input, ha le connessioni a monte più forti. (c) La produzione lorda totale come somma parziale della serie di Neumann I + A + A² + ...: giro dopo giro si aggiungono gli input degli input, e il totale converge al valore esatto (raggio spettrale di A ≈ 0.47, sistema produttivo). (d) L'inversa di Leontief (I-A)^-1: ogni cella indica la produzione del settore in riga richiesta da un'unità di domanda finale del settore in colonna, direttamente e indirettamente; la somma di ciascuna colonna è il moltiplicatore del pannello (b). |
Il pannello (a) della Figura 3.1 mostra che la produzione lorda eccede la domanda finale in ogni settore: nel complesso il sistema produce per circa 464 euro a fronte di una domanda finale di 250 euro, e la differenza, circa 214 euro, è la domanda intermedia che le industrie si rivolgono a vicenda. Si tratta di una misura di quanto l'economia lavori "su se stessa" prima di consegnare il prodotto agli usi finali.
Il pannello (b) mostra, invece, l'intensità di queste interdipendenze. Il moltiplicatore di produzione della manifattura () è il più alto, perché la manifattura è il principale fornitore di input intermedi, sicché una domanda rivolta a essa attiva a cascata la produzione di tutti gli altri settori. È lo stesso fenomeno già osservato nel modello Keynes + Sraffa (sezione 2.3.5), dove la manifattura recuperava terreno nella produzione lorda pur restando indietro nella domanda finale.
Il pannello (c) mostra da dove nasce tutto questo: la produzione lorda non si determina in un colpo solo, ma come somma di "giri" successivi di domanda intermedia, la serie di Neumann , che converge perché ogni giro pesa meno del precedente (il raggio spettrale è ). È la stessa logica del moltiplicatore keynesiano (Box 1), qui applicata a una rete di industrie anziché a un solo bene.
Il pannello (d), infine, dà il volto della matrice che sintetizza il tutto: l'inversa di Leontief. La sua diagonale è sempre maggiore di 1, dato che consegnare un'unità di prodotto ne richiede almeno una prodotta, più i fabbisogni che rientrano nel settore stesso, e la somma di ciascuna colonna restituisce i moltiplicatori del pannello (b). Quantità e prezzi, come si è visto, sono le due facce di questa stessa matrice. Il codice che riproduce la Figura 3.1 è disponibile qui.
🤓🧠🔢 Box per geek e nerd 2 - Ripasso lampo: autovalori e autovettori. Una matrice si può pensare come una trasformazione che prende un vettore e lo sposta, allungandolo, comprimendolo e ruotandolo. Per la maggior parte dei vettori la direzione cambia. Esistono però alcune direzioni speciali che la matrice non fa ruotare, ma allunga o accorcia soltanto. Un vettore che punta in una di queste direzioni è un autovettore, e il fattore di allungamento (o accorciamento) a esso associato è il suo autovalore. In formule, : applicare la matrice al vettore equivale semplicemente a moltiplicarlo per il numero . L'animazione della Figura B1 rende visibile questa idea. Un vettore (in blu) ruota lungo tutte le direzioni possibili e, accanto, ne compare l'immagine (in rosso). Per quasi tutte le direzioni le due frecce puntano da parti diverse, segno che la matrice ha ruotato il vettore oltre ad allungarlo. Solo lungo due direzioni particolari - le rette tratteggiate - la freccia rossa si sovrappone perfettamente a quella blu: sono gli autovettori, e in quel momento l'azione della matrice si riduce a una semplice moltiplicazione, (qui lungo , che allunga il vettore, e lungo , che lo accorcia). Il pannello di destra misura la stessa cosa in modo quantitativo. L'angolo fra e tocca lo zero esattamente - e soltanto - in corrispondenza degli autovettori Perché sono importanti? Perché sono le "direzioni naturali" del sistema descritto dalla matrice. Lungo di esse l'azione complicata della matrice si riduce a una semplice moltiplicazione. Inoltre, se si applica la matrice molte volte di seguito, è l'autovalore più grande, con il suo autovettore, a governare il comportamento di lungo periodo, mentre gli altri diventano trascurabili. È proprio questa proprietà che, nei modelli di produzione interdipendente come quello di Sraffa, consente di riassumere una rete di migliaia di relazioni tecniche in un unico numero (l'autovalore dominante) e in un'unica struttura di prezzi o di quantità (il relativo autovettore), come vedremo nel box successivo.
|
| Figura B1 - Effetto della matrice A = [1.2 0.6; 0.6 1.2] su un vettore v che ruota lungo il cerchio unitario. Lungo gli autovettori (rette tratteggiate) l'immagine Av resta allineata a v e la matrice agisce come una semplice moltiplicazione, Av = λv. Altrove Av viene anche ruotato. A destra: l'angolo fra v e Av si annulla soltanto in corrispondenza degli autovettori. |
🤓🧠🔢 Box per geek e nerd 3 - L'invertibilità di (I − A). Partiamo dalla domanda: quando esiste l'inversa di Leontief? Il sistema di Sraffa, come quello di Leontief, ruota attorno alla matrice , dove è la matrice dei coefficienti tecnici ( è la quantità del bene necessaria per produrre una unità del bene ). Sul piano puramente algebrico l'inversa esiste quando il determinante non si annulla, . Poiché , con autovalori di , ciò equivale a chiedere che 1 non sia un autovalore di (nota: un autovalore pari a 1 significa che esiste una configurazione produttiva tale che gli input richiesti eguagliano esattamente gli output). All'economia, però, serve qualcosa di più. L'inversa ha infatti un significato preciso: sviluppata in serie, , somma i fabbisogni diretti (), poi gli input degli input (), poi gli input degli input degli input (), lungo una catena infinita. Perché questa somma converga a una matrice finita e non negativa non basta . Occorre che ogni "giro" della catena pesi meno del precedente, cioè che il raggio spettrale di (l'autovalore dominante ) sia minore di 1. È la condizione di produttività, equivalente (teorema di Hawkins-Simon) alla positività di tutti i minori principali di testa di , a partire dallo stesso determinante. Il sistema deve poter reintegrare i propri mezzi di produzione e lasciare un sovrappiù. Se la catena non converge, non esiste come matrice economicamente sensata, e il sistema non riesce nemmeno a riprodursi.
🤓🧠🔢 Box per geek e nerd 4 - Il teorema di Perron-Frobenius. Nel box precedente abbiamo visto che la produttività di un sistema tecnico dipende dal suo autovalore dominante , il raggio spettrale della matrice dei coefficienti tecnici. Ma come facciamo ad essere sicuri che questo autovalore dominante sia ben definito, positivo e associato a un autovettore con tutte le componenti positive? È qui che interviene il teorema di Perron-Frobenius. Se una matrice è non negativa (tutti gli , come dev'essere per dei coefficienti tecnici) e irriducibile (il sistema è "connesso": ogni settore dipende, direttamente o indirettamente, da tutti gli altri), allora esiste un autovalore reale positivo che è maggiore in modulo di tutti gli altri e a cui è associato un autovettore con tutte le componenti positive. Sono esattamente le due proprietà che servono all'economia: un sistema di prezzi (o di quantità) deve essere positivo, e soltanto l'autovettore di Perron lo è. Gli altri autovettori hanno componenti di segno misto e non rappresentano nulla di sensato. L'intuizione è la seguente. Si prenda un qualunque vettore di produzioni positivo e gli si applichi ripetutamente (input, poi input degli input, e così via). Dopo molte iterazioni la direzione del vettore smette di cambiare e si stabilizza sull'autovettore di Perron, mentre l'intensità si riscala di un fattore a ogni passo. Il sistema "dimentica" da dove è partito e converge sempre sulla stessa struttura relativa, un po' come un'orchestra in cui, dopo qualche battuta, emerge una proporzione stabile fra i volumi dei vari strumenti. La ragione è una gara fra esponenziali: elevando a potenze, cresce più in fretta di ogni altro autovalore, che diventa perciò trascurabile. Il che ci porta alla domanda decisiva: che cosa significa tutto questo per il sistema di Sraffa? L'autovalore dominante misura "quanto pesa" la tecnologia: se è piccolo, la riproduzione assorbe poche risorse e resta molto sovrappiù; se è vicino a 1, quasi tutto il prodotto serve solo a ricostituire gli input. Il saggio massimo del profitto è quello che si otterrebbe con salario nullo. Ponendo nell'equazione dei prezzi (con i coefficienti di lavoro), questa si riduce a : un problema agli autovalori in cui il vettore dei prezzi è l'autovettore (positivo) di Perron e , da cui . In sostanza Perron-Frobenius dice che la complessità di migliaia di relazioni tecniche si riassume in un solo numero (il raggio spettrale) e in un solo vettore positivo (l'autovettore di Perron). L'intero limite tecnologico alla distribuzione del reddito è racchiuso nelle proprietà spettrali di . Non è un caso che i modelli di produzione interdipendente (l'input-output di Leontief, il modello di crescita di von Neumann, il sistema di Sraffa) trovino nella teoria di Perron-Frobenius la loro naturale veste matematica, riconosciuta e sviluppata soprattutto dagli economisti matematici e dai teorici del sovrappiù nella seconda metà del Novecento. Un'ultima precisazione. Le considerazioni svolte poggiano sull'ipotesi di saggio di profitto uniforme. Solo in questo caso il sistema dei prezzi a salario nullo si riduce, come abbiamo visto, a un genuino problema agli autovalori. Se invece ogni settore avesse un proprio saggio di profitto, al posto dello scalare comparirebbe una matrice diagonale, il legame con Perron-Frobenius si spezzerebbe e verrebbe meno l'idea di un unico tetto tecnologico alla redditività. È anche per questo che l'ipotesi del saggio uniforme, oltre a essere fondata economicamente sulla concorrenza, è così potente sul piano analitico. Sraffa, per inciso, giunse a risultati equivalenti senza usare esplicitamente il linguaggio degli autovalori. La lettura spettrale del suo sistema è una razionalizzazione successiva, dovuta soprattutto a von Neumann, Pasinetti e alla scuola del sovrappiù.
🤓🧠🔢 Box per geek e nerd 5 - La merce tipo. Al variare della distribuzione i prezzi relativi cambiano, e sembra impossibile trovare un'unità di misura del valore "invariabile" rispetto a : è il problema che aveva sconfitto Ricardo (sezione 1.3.4). Sraffa lo risolve con un'invenzione ingegnosa, la merce tipo (Standard commodity). Si tratta di una merce composita, un paniere costruito in modo che entri nella propria produzione nelle stesse proporzioni in cui ne esce come prodotto. Nel sistema che la produce (il "sistema tipo") il rapporto fra prodotto netto e mezzi di produzione, il rapporto tipo , è allora lo stesso in ogni industria e non dipende dai prezzi. Adottando la merce tipo come numerario, la relazione salario-profitto diventa lineare: , dove è la quota di salario sul prodotto netto tipo e è il saggio massimo del profitto, quello che si otterrebbe con salario nullo. Ecco l'unità di misura invariabile che Ricardo cercava. E qui scatta il legame con i box precedenti: la merce tipo è, in sostanza, l'autovettore di Perron della matrice dei coefficienti tecnici (le "proporzioni stabili" del sistema, la direzione che la tecnologia non altera), e il rapporto tipo coincide con l'autovalore dominante trasformato, - esattamente il saggio massimo del profitto ricavato nel box su Perron-Frobenius. La stessa matematica che governa l'invertibilità di e la riproduzione del sistema fornisce dunque, con la merce tipo, la chiave per districare distribuzione e prezzi.
Il modello input-output (sezione 3.1) descrive l'economia come una rete di industrie che si scambiano beni. Di quella rete, però, coglie solo il lato reale: le merci circolano, la moneta no. Per compiere l'ultimo passo occorre aggiungere ciò che finora è rimasto sullo sfondo - la moneta, il credito e i bilanci - e guardare l'economia non più soltanto come insieme di industrie integrate, ma come insieme di bilanci integrati, in cui ogni pagamento è al tempo stesso l'uscita di un settore e l'entrata di un altro, e ogni attività finanziaria è la passività di qualcun altro. Due tradizioni, nate separate e oggi convergenti, forniscono gli strumenti. La teoria del circuito monetario di Augusto Graziani spiega come la moneta viene creata, circola e viene distrutta; la modellistica fondi-flussi (stock-flow consistent, SFC) di Wynne Godley e Marc Lavoie impone a quel racconto una contabilità perfettamente coerente. Sono, come vedremo, due facce di una stessa medaglia.
Il punto di partenza di Graziani (2003) è che la moneta non è né una merce né uno stock calato dall'esterno - la "moneta dall'elicottero" della teoria quantitativa (sezione 2.4.1) - ma moneta creditizia bancaria, creata in modo endogeno ogni volta che una banca concede un prestito. È la forma matura di un'intuizione che il corso ha già incontrato: la moneta-credito di Marx (sezione 1.4.8), la moneta endogena del Trattato di Keynes (sezione 2.2.1) e la preferenza per la liquidità come teoria monetaria dell'interesse (sezione 2.2.3). Contro il moltiplicatore della moneta rispolverato dal monetarismo (sezione 2.4.1), qui la causalità va dal credito (prestiti) ai depositi, non dalle riserve ai prestiti. Per un approfondimento sulle diverse teorie dell'origine della moneta e sulle sue funzioni si rinvia al mini-corso di economia monetaria disponibile online.
La teoria descrive un vero e proprio circuito, una sequenza logica che si svolge dentro ogni periodo (Veronese Passarella, 2022) e che conviene scomporre nelle sue fasi.
|
| Figura 3.2 - Il circuito monetario della produzione. Le banche concedono alle imprese il finanziamento iniziale (creazione di moneta); le imprese pagano i salari; i lavoratori spendono i salari e ne risparmiano una parte; le imprese incassano il finanziamento finale dalle vendite e rimborsano il debito bancario (distruzione di moneta). La moneta è creditizia ed endogena: nasce con il credito e si estingue con il rimborso. |
In simboli, all'apertura il finanziamento iniziale copre il monte salari ,
e, poiché ogni prestito bancario genera un pari deposito, la moneta è integralmente endogena:
Alla chiusura, la variazione dello stock di prestiti si calcola come differenza fra il finanziamento iniziale e il finanziamento finale :
Il finanziamento finale è la moneta che le imprese recuperano vendendo i beni () e collocando nuovi titoli (), al netto di ciò che esse stesse versano, cioè gli interessi su prestiti e su titoli e i profitti distribuiti :
Data un'economia chiusa e senza intervento pubblico (dove ), basta ora ricordare che il profitto d'impresa è il reddito che resta dopo aver pagato salari, interessi e ammortamenti:
Sostituendo quest'ultima e la (3.4) nella (3.7), e la (3.7) nella (3.6), i termini in , , , e si elidono a due a due, e resta:
Alla fine del periodo le imprese restano indebitate verso le banche esattamente per la parte di investimento che non hanno finanziato né con i fondi di ammortamento né emettendo nuovi titoli . Se tutta la moneta rifluisce - se cioè le famiglie spendono e sottoscrivono titoli per l'intero reddito ricevuto - allora , la (3.8) si annulla e il debito si estingue. In generale, invece, l'investimento non autofinanziato resta a carico di nuovo credito bancario, ed è in questo senso che i prestiti sono una grandezza residuale.
Il circuito non è un meccanismo neutrale, ma una relazione triangolare fra imprese, lavoratori e banche che incorpora una precisa divisione in classi (Veronese Passarella, 2024). Solo chi ha accesso al credito bancario - le imprese, i capitalisti - può avviare il circuito acquistando forza-lavoro; i lavoratori possono soltanto venderla, e ricevono moneta solo alla fine. Questa asimmetria strutturale è la forma monetaria del rapporto di classe e dello sfruttamento analizzati in Marx (sezione 1.4.3), e riecheggia l'idea sraffiana di una distribuzione fissata dall'esterno del sistema dei prezzi (sezione 2.3.3). In questo senso, il circuito è una declinazione marxiana del metodo degli aggregati di Keynes: la circolazione capitalistica (sezione 1.4.2) letta con gli strumenti della domanda effettiva.
Se il circuito fornisce il racconto, i modelli SFC di Godley e Lavoie (2007) ne definiscono la struttura contabile. L'economia è descritta da due matrici. La matrice dei bilanci (balance-sheet matrix) registra gli stock, cioè le attività e le passività di ciascun settore in un dato istante; la matrice dei flussi (transaction-flow matrix) registra i pagamenti e gli altri flussi di reddito di un periodo. La matrice dei bilanci, nella sua versione essenziale, ha questa forma:
| Lavoratori | Capitalisti | Imprese | Banche | ||
|---|---|---|---|---|---|
| Depositi | |||||
| Prestiti | |||||
| Capitale fisso | |||||
| Titoli | |||||
| Ricchezza netta | |||||
La regola che tiene insieme il tutto è semplice e stringente: ogni attività finanziaria è la passività di qualcun altro, sicché ogni riga finanziaria somma a zero. L'unica eccezione sono il capitale fisso e gli immobili, attività reali che non hanno contropartita e costituiscono la ricchezza netta dell'intero sistema. Letta per colonne, la matrice dà la ricchezza netta di ciascun settore.
I flussi di un periodo sono registrati nella matrice delle transazioni, che ha la struttura seguente (dove un segno più indica una fonte o un'entrata, un segno meno un impiego o un'uscita, mentre il conto delle imprese è sdoppiato in conto corrente e conto capitale):
| Lavoratori | Capitalisti | Imprese (corr.) | Imprese (cap.) | Banche | ||
|---|---|---|---|---|---|---|
| Consumo | ||||||
| Investimento | ||||||
| Salari | ||||||
| Ammortamenti | ||||||
| Profitti d'impresa | ||||||
| Profitti bancari | ||||||
| Interessi su prestiti | ||||||
| Interessi su depositi | ||||||
| Interessi su titoli | ||||||
| prestiti | ||||||
| depositi | ||||||
| titoli | ||||||
dove , e sono gli interessi su prestiti, depositi e titoli ( e ).
La logica è la stessa dei bilanci: ogni flusso è una fonte per un settore e un impiego per un altro, così che ogni riga somma a zero - il consumo delle famiglie è ricavo delle imprese, i salari sono costo delle imprese e reddito dei lavoratori, l'interesse pagato da un settore è incassato da un altro. E ogni colonna, essendo il vincolo di bilancio di un settore, somma anch'essa a zero: per ciascuno, le fonti di fondi eguagliano gli impieghi. È la contabilità a quadrupla entrata - ogni operazione tocca quattro caselle, due per chi paga e due per chi incassa - che garantisce che nulla nasca dal nulla e nulla si perda. Le due matrici, infine, sono collegate: le righe di variazione (, , ) della matrice delle transazioni sono esattamente gli incrementi degli stock iscritti nella matrice dei bilanci.
Ne discende una caratteristica importante: se i vincoli di bilancio di tutti i settori sono rispettati, allora un'equazione è sempre ridondante: l'ultimo mercato si chiude da sé. È la legge di Walras in veste contabile - l'"equazione nascosta" - e serve da verifica di coerenza del modello.
Il modello SFC più semplice è quello che abbiamo già incontrato: il modello SIM di Godley e Lavoie (sezione 2.2.6), un'economia con la sola moneta e senza banche. Da lì si sale, aggiungendo attivi finanziari e settori, ai modelli PC e BMW, e infine, aprendo il settore produttivo in più industrie, ai modelli IO-SFC.
Conviene percorrere la scala dei modelli SFC dal più semplice al più completo, seguendo Godley e Lavoie (2007). I tre modelli qui presentati - SIM, PC e BMW - condividono lo scheletro contabile della sezione precedente e differiscono per gli attivi finanziari e i settori inclusi. Ciascuno è accompagnato da tre tipi di figura: un diagramma di dinamica dei sistemi (le tubature e i serbatoi che animano flussi e stock), un diagramma di Sankey (una singola istantanea della matrice delle transazioni) e i grafici dinamici delle simulazioni. Le versioni complete, con tutte le equazioni e il codice R, sono nell'archivio Leeds lectures 2026.
Il modello SIM (da simplest, "il più semplice") è il modello SFC elementare, ed è quello che abbiamo già incontrato come secondo modello keynesiano della sezione 2.2.6. Le sue ipotesi sono: economia chiusa; tre agenti (famiglie, imprese, Stato); un solo attivo finanziario, la moneta statale (contante), creata quando lo Stato spende e distrutta quando incassa imposte; niente banche, investimenti, titoli o scorte; prezzi fissi e profitti netti nulli (tutto il reddito è salario).
Le due matrici contabili (bilancio e transazioni) associate al modello sono piuttosto semplici:
| Famiglie | Imprese | Stato | ||
|---|---|---|---|---|
| Moneta | ||||
| Ricchezza netta | ||||
| Famiglie | Imprese | Stato | ||
|---|---|---|---|---|
| Consumo | ||||
| Spesa pubblica | ||||
| Reddito (PIL) | ||||
| Imposte | ||||
| moneta | ||||
Dalle matrici discendono le identità contabili, che, completate da due regole di comportamento (per imposte e consumo), danno il modello:
dove è la propensione marginale al consumo del reddito e quella al consumo della ricchezza. L'equazione ridondante (nascosta) eguaglia la moneta domandata e quella offerta, .
Da queste relazioni si ricava (non si postula) il reddito di stato stazionario. Nello stato stazionario gli stock sono costanti: se la ricchezza delle famiglie non varia, dalla (3.12) , cioè il risparmio è nullo e ; se la moneta non varia, dalla (3.14) , cioè il bilancio pubblico è in pareggio e . Poiché per la (3.11) , ne segue , da cui
Il reddito verso cui l'economia converge nel tempo è, dunque, la spesa pubblica moltiplicata per : è il moltiplicatore keynesiano (Box 1), qui in versione fondi-flussi, dove l'unica "perdita" dal circuito del reddito è quella fiscale.
|
| Figura 3.3 - Il modello SIM come diagramma di dinamica dei sistemi. La spesa pubblica G raggiunge le imprese, che pagano salari Y alle famiglie; queste restituiscono parte del reddito come consumo e imposte e versano il resto nel "serbatoio" della moneta Hh. Il serbatoio dello Stato è l'immagine speculare: si riempie (verso il basso) del disavanzo accumulato, perché la moneta delle famiglie è debito dello Stato. A regime le imposte raggiungono la spesa e i serbatoi si fermano: Hh = Hs. |
|
| Figura 3.4 - Diagramma di Sankey del modello SIM: la matrice delle transazioni di un singolo periodo letta da sinistra (pagante) a destra (beneficiario). Le imprese pagano i salari alle famiglie, che li restituiscono come consumo, imposte e risparmio. Ogni transazione ha una sola fonte e una sola destinazione, e i due lati di ogni conto quadrano. |
|
| Figura 3.5 - Dinamica del modello SIM: le principali variabili e il controllo di coerenza mentre l'economia converge allo stato stazionario. |
|
| Figura 3.6 - Esperimento: un aumento permanente della spesa pubblica G. La linea grigia è lo scenario base, quella rossa - che si stacca in corrispondenza del tratteggio - è lo scenario con lo shock. Il reddito converge al nuovo, più alto, stato stazionario Y* = G/θ, trascinando con sé reddito disponibile e consumo; le famiglie finiscono per detenere uno stock di moneta permanentemente maggiore. |
Il codice R del modello è quello già discusso nella sezione 2.2.6.
Il modello PC (portfolio choice, "scelta di portafoglio") aggiunge un secondo attivo finanziario e fa comparire esplicitamente la banca centrale (Godley e Lavoie, 2007, cap. 4). Le famiglie possono ora detenere la ricchezza come contante e/o titoli di Stato; restano assenti banche, moneta interna (depositi), investimenti e scorte; prezzi fissi e profitti netti nulli.
La nuova matrice di bilancio è:
| Famiglie | Imprese | Banca centrale | Stato | ||
|---|---|---|---|---|---|
| Contante | |||||
| Titoli | |||||
| Ricchezza netta | |||||
Rispetto al SIM cambiano poche equazioni: il reddito disponibile include gli interessi sui titoli, le imposte colpiscono il reddito complessivo, e compare la scelta di portafoglio.
La (3.21) è la scelta di portafoglio: la quota di ricchezza tenuta in titoli cresce col loro rendimento e decresce col rapporto reddito/ricchezza; il contante (3.22) è la parte residua. Il tasso è fissato dalla banca centrale (3.23), che acquista i titoli non assorbiti dalle famiglie emettendo contante. L'equazione ridondante è di nuovo .
Anche qui il reddito di stato stazionario si ricava dalle condizioni di stazionarietà. A regime il risparmio è nullo (dalla (3.19), ) e il bilancio pubblico, interessi inclusi, è in pareggio. Poiché l'interesse netto a carico dello Stato (al netto degli utili della banca centrale, che li restituisce) è , l'annullarsi del disavanzo richiede . Sostituendo la (3.18) e risolvendo per si ottiene:
È un "quasi" stato stazionario, nel senso che è a sua volta endogeno, dato che dipende dalla regola di portafoglio. Rispetto al SIM un tratto nuovo emerge subito: un aumento del tasso d'interesse, accrescendo il reddito da interessi delle famiglie, innalza (anziché ridurre) il reddito di stato stazionario. La derivazione formale completa di questo risultato e una discussione approfondita dell'effetto di una variazione del tasso di interesse è disponibile qui.
|
| Figura 3.7 - Il modello PC come diagramma di dinamica dei sistemi. Oltre ai flussi del SIM circola l'interesse r·Bh sui titoli; le famiglie hanno due serbatoi, contante Hh e titoli Bh, che insieme rispecchiano il serbatoio (di segno opposto) del debito pubblico −Bs. È l'identità contabile Bs = Hh + Bh: il debito dello Stato è la ricchezza del settore privato. |
|
| Figura 3.8 - Diagramma di Sankey del modello PC: la stessa lettura pagante → transazione → beneficiario del SIM, arricchita dal reddito da interessi e dalla scelta di portafoglio fra contante e titoli. |
|
| Figura 3.9 - Dinamica del modello PC: reddito, ricchezza e composizione del portafoglio nel tempo. |
|
| Figura 3.10 - Esperimento: un aumento permanente del tasso d'interesse r. Il maggior reddito da interessi porta reddito disponibile e reddito nazionale a un nuovo stato stazionario più elevato, mentre le famiglie riequilibrano il portafoglio verso i titoli. |
💡 Laboratorio interattivo (modello PC). Il modello si può esplorare in un'applicazione interattiva, variando propensioni al consumo, coefficienti di portafoglio e tasso d'interesse: apri il laboratorio. Il codice
Rcompleto èBASIC_PC.R.
Il modello BMW (bank-money world, "mondo della moneta bancaria") è il più semplice modello con banche private, investimenti e capitale fisso (Godley e Lavoie, 2007, cap. 7), ed è la controparte dinamica del circuito monetario della sezione 3.2.1. Le ipotesi del modello sono le seguenti: economia chiusa; tre agenti (famiglie, imprese, banche); attivi e passivi dati da prestiti, depositi e capitale fisso; l'investimento è finanziato da prestiti e da fondi interni (ammortamenti); le imprese mirano a un rapporto capitale/prodotto obiettivo; prezzi fissi, profitti netti nulli; niente Stato né moneta esterna.
Le matrici contabili sono in questo caso:
| Famiglie | Imprese | Banche | ||
|---|---|---|---|---|
| Depositi | ||||
| Prestiti | ||||
| Capitale fisso | ||||
| Ricchezza netta | ||||
| Famiglie | Imprese (corr.) | Imprese (cap.) | Banche | ||
|---|---|---|---|---|---|
| Consumo | |||||
| Investimento | |||||
| Salari | |||||
| Ammortamenti | |||||
| Interessi su prestiti | |||||
| Interessi su depositi | |||||
| prestiti | |||||
| depositi | |||||
Ignorando per semplicità le condizioni di equilibrio banali (domanda = offerta), il sistema di equazioni del modello è:
Il punto cruciale è la (3.30): ogni prestito crea un deposito (). Le (3.32)-(3.33) sono l'acceleratore: le imprese puntano a raggiungere e mantenere uno stock di capitale fisso proporzionale al prodotto ritardato e ne colmano ogni periodo una frazione , oltre a sostituire il capitale logorato. L'equazione ridondante è .
Poiché prestiti e capitale crescono di pari passo (dalle (3.27) e (3.35), ) e ogni prestito genera un pari deposito, con stock iniziali uguali si ha in ogni periodo. La ricchezza netta delle famiglie coincide con lo stock di capitale, e imprese e banche hanno ricchezza netta nulla. Nello stato stazionario l'investimento netto si annulla: quando il capitale raggiunge l'obiettivo, la (3.33) lascia solo la sostituzione degli ammortamenti, , e i tre stock smettono di crescere. Il circuito prestiti-depositi, in altre parole, è auto-bilanciato: è esattamente la logica del circuito monetario, qui in veste dinamica e contabilmente chiusa.
|
| Figura 3.11 - Il modello BMW come diagramma di dinamica dei sistemi. Le imprese finanziano l'investimento con prestiti bancari e con i fondi di ammortamento, pagano i salari alle famiglie e queste, oltre a consumare, versano il risparmio nei depositi. Il serbatoio del capitale fisso K si riempie con l'investimento e si logora con l'ammortamento, mentre prestiti L e depositi M crescono di pari passo con esso (M = L = K). È la controparte dinamica del circuito monetario: ogni prestito crea un deposito e ogni rimborso lo distrugge. |
|
| Figura 3.12 - Diagramma di Sankey del modello BMW: i quattro conti (famiglie, imprese in conto corrente e in conto capitale, banche), con investimento e ammortamenti come flussi interni al settore delle imprese. I prestiti creano depositi di pari importo e le due gambe di interesse si compensano presso la banca: il circuito prestiti-depositi è auto-bilanciato. |
|
| Figura 3.13 - Dinamica del modello BMW: prodotto, investimento, capitale e depositi nel tempo. |
|
| Figura 3.14 - Esperimento: un aumento permanente del rapporto capitale/prodotto obiettivo κ. Puntando a un capitale maggiore, le imprese accrescono l'investimento, che balza all'impatto; il capitale sale a un livello permanentemente più alto e trascina con sé, tramite l'acceleratore, prodotto e consumo, prima che l'economia si assesti sul nuovo stato stazionario. |
💡 Laboratorio interattivo (modello BMW). Anche il BMW si può esplorare in un'app interattiva, variando propensioni al consumo, coefficienti dell'investimento e shock di politica: apri il laboratorio. Il codice
Rcompleto èBASIC_BMW.R.
Abbiamo ora i due tasselli. Il modello input-output (sezione 3.1) è disaggregato ma statico e concentrato sulle variabili reali: fotografa la struttura delle interdipendenze senza descriverne il movimento, e senza moneta né finanza. I modelli dinamici fondi-flussi (sezioni 3.2.2-3.2.3) sono l'immagine speculare: dinamici e finanziariamente coerenti, ma privi di dettaglio inter-industriale, dato che trattano generalmente la produzione come un unico bene omogeneo. I modelli IO-SFC cercano di unire la granularità industriale dell'input-output e la coerenza dinamica e finanziaria dei modelli SFC (Berg et al., 2015; Veronese Passarella, 2023, 2025; Fevereiro et al., 2025).
Il modo più intuitivo di procedere è il seguente. Si prende un modello SFC aggregato (SIM, PC o BMW) e se ne "apre" il settore produttivo in industrie, riscrivendo la tavola input-output in valore. Ogni casella è il valore del prodotto assorbito come input dall'industria ; la somma di riga dà l'impiego del prodotto di (input alle altre industrie più domanda finale), la somma di colonna ciò che acquista, cui si aggiunge il valore aggiunto .
| Agric. (dom.) | Manif. (dom.) | Servizi (dom.) | Domanda finale | Prodotto | |
|---|---|---|---|---|---|
| Agric. (prod.) | |||||
| Manif. (prod.) | |||||
| Servizi (prod.) | |||||
| Valore aggiunto | |||||
| Prodotto |
Bastano allora poche equazioni in più rispetto al nucleo SFC. La composizione reale della domanda finale è qui fissata, per semplicità, da quote esogene che sommano a uno, sicché la domanda finale per industria è:
ossia è pari alla somma di consumo e spesa pubblica (mentre nella versione con investimenti compare in più il termine ). L'inversa di Leontief converte la domanda finale in produzione lorda:
mentre i prezzi non sono più fissi ma determinati da condizioni di riproduzione (regola del costo pieno):
dove è il salario, il vettore dei coefficienti di lavoro (l'inverso delle produttività) e il mark-up. Sono, riga per riga, gli stessi prezzi di produzione di Sraffa (sezione 2.3.3) già usati nel modellino Keynes + Sraffa (sezione 2.3.5). Il PIL nominale è:
Da si ricavano gli indici dei prezzi al consumo e della spesa pubblica:
e il consumo reale è deciso al netto dell'illusione monetaria:
dove è il tasso d'inflazione. Poiché ora i prezzi esistono, grandezze reali e nominali divergono: il consumo è scelto in termini reali, ma il prodotto è misurato in valore.
La rete di interdipendenze si può leggere in due modi complementari: utilizzando un diagramma di Sankey (il quale mostra quanta parte del prodotto di ciascun settore è assorbita altrove come input, e quanta va alla domanda finale), oppure utilizzando un grafo orientato dei coefficienti tecnici.
|
| Figura 3.15 - Diagramma di Sankey della tavola degli impieghi (in valore): ogni prodotto, a sinistra, si distribuisce fra le tre industrie che lo impiegano come input intermedio e la domanda finale, a destra. |
|
| Figura 3.16 - La matrice dei coefficienti tecnici come grafo orientato: ogni nodo è un'industria (di dimensione proporzionale alla produzione lorda), ogni arco pesato aij è la quantità di prodotto i necessaria per un'unità di prodotto j, e i cappi rappresentano l'uso intra-settoriale. È la rete di legami che l'inversa di Leontief risolve. |
Su questo scheletro comune si innestano tre versioni, secondo il modello SFC di partenza.
Il modello IO-SIM aggiunge il nucleo input-output al SIM: moneta statale, tre industrie, prezzi di riproduzione. Il comportamento aggregato riproduce quello del SIM, ma ora è leggibile industria per industria.
|
| Figura 3.17 - Modello IO-SIM: dinamica aggregata (coincidente con quella del SIM) e dettaglio per industria. |
|
| Figura 3.18 - Modello IO-SIM: risposta di alcune variabili a un aumento della spesa pubblica. |
Il codice R è IO_SIM.R.
Il modello IO-PC innesta lo stesso strato sul PC: le famiglie scelgono fra moneta e titoli, e compaiono gli interessi e il debito pubblico. Il comportamento aggregato riproduce quello del PC, con in più il dettaglio industriale e dei prezzi.
|
| Figura 3.19 - Modello IO-PC: dinamica aggregata e dettaglio per industria. |
|
| Figura 3.20 - Modello IO-PC: risposta di alcune variabili a un aumento della spesa pubblica. |
Il codice R è IO_PC.R.
💡 Laboratorio interattivo (modello ECO-3IO-PC). Questi modelli non solo possono essere resi interattivi, ma anche estesi per includere nuove variabili. Qui si può esplorare una versione del modello IO-PC estesa all'ecosistema (con emissioni e risorse), a tre industrie: apri il laboratorio.
![]()
Il modello IO-BMW lo innesta sul BMW: escono lo Stato e i titoli pubblici, entrano le banche private, il credito e l'investimento. La domanda finale ha ora due componenti, consumi e investimenti:
e il capitale è determinato industria per industria. Ciascuna industria punta a uno stock di capitale proporzionale alla propria produzione lorda ritardata e investe per colmare parte del divario, oltre a sostituire il capitale logorato:
L'investimento aggregato è , e su queste grandezze opera il blocco prestiti/depositi del BMW. Poiché l'obiettivo è definito sulla produzione lorda (maggiore del valore aggiunto), il rapporto capitale/prodotto è più piccolo di quello usato nel BMW aggregato. L'equazione ridondante resta . È la versione più vicina al circuito monetario, ed è la base di alcuni modelli IO-SFC empirici più avanzati.
|
| Figura 3.21 - Modello IO-BMW: dinamica aggregata e dettaglio per industria. |
|
| Figura 3.22 - Modello IO-BMW: risposta di alcune variabili a uno shock. |
Il codice R è IO_BMW.R.
Con ciò il cerchio si chiude. Il modellino Keynes + Sraffa della sezione 2.3.5 era, a ben vedere, un IO-SFC in nuce: quantità keynesiane, prezzi sraffiani, struttura input-output. Gli mancava soltanto la coerenza sui bilanci monetari, cioè proprio l'apparato di questa sezione. Le due immagini dell'economia - insieme di settori integrati (sezione 3.1) e insieme di bilanci integrati (sezione 3.2) - diventano così un unico modello.
Con i modelli IO-SFC i due approcci - l'economia come insieme di settori integrati (sezione 3.1) e come insieme di bilanci integrati (sezione 3.2) - possono essere ricondotti a un unico schema. È una proposta di integrazione, non un fatto acquisito: una linea di ricerca fra le più promettenti in questo campo, che qui adottiamo pur nella consapevolezza che si tratta di un programma ancora aperto e largamente inesplorato e incompiuto.
Conviene, a questo punto, fare un passo indietro e guardare quei modelli da una prospettiva più generale: quella dell'economia come sistema complesso, in cui il comportamento del tutto non è una banale riproposizione su scala allargata del comportamento delle singole parti. È una prospettiva che il corso ha già sfiorato più volte e su cui torneremo: nei cicli endogeni di Marx (sezione 1.4.6), nell'instabilità "sul filo del rasoio" di Harrod (sezione 2.2), nella fragilità finanziaria di Minsky (sezione 3.3.2), e nell'idea marxiana delle classi come soggetti emergenti, non riducibili alla somma degli individui. La complessità economica può essere studiata utilizzando tre linguaggi complementari, tutti presenti in questo corso: i sistemi dinamici non lineari, la dinamica dei sistemi e i modelli ad agenti.
Un sistema economico è, prima di tutto, un sistema dinamico: un insieme di stock e di flussi legati da retroazioni (feedback). Finché le retroazioni sono deboli, il sistema converge a uno stato stazionario, come nei modelli SFC di base. Tuttavia, quando diventano forti e non lineari, l'equilibrio può cessare di essere un attrattore e lasciare il posto a cicli endogeni, generati dall'interno e non da urti esterni. È la lezione che ricorre da Marx a Harrod fino a Minsky, e la vedremo all'opera nella prossima sottosezione.
Vale la pena, qui, una nota sul metodo. Molte delle figure animate di questo corso - i diagrammi "idraulici" dei modelli SIM, PC e BMW (Figure 3.3, 3.7, 3.11), ma anche le animazioni della dinamica salario-sussistenza, del ritorno delle tecniche e degli autovalori - non sono semplici illustrazioni: sono, a tutti gli effetti, diagrammi di dinamica dei sistemi (system dynamics), il linguaggio di stock, flussi e anelli di retroazione sviluppato da Jay Forrester (1961). Rappresentare i settori come serbatoi e i pagamenti come tubature rende visibile ciò che le equazioni dicono in astratto: dove si accumulano gli stock, quali flussi li alimentano, quali anelli di retroazione governano il moto. È un terzo linguaggio della complessità, accanto ai sistemi dinamici non lineari e ai modelli ad agenti: meno formale, ma prezioso per vedere la struttura causale di un modello prima ancora di risolverlo.
L'esempio più compiuto di dinamica endogena, in questo corso, viene dalla finanza. Hyman Minsky (1919-1996) propone una rilettura finanziaria della Teoria generale di Keynes: in un'economia monetaria di produzione le decisioni di investimento sono, prima di tutto, decisioni finanziarie, prese sotto incertezza e vincolate dai bilanci.
Al centro sta la teoria dei due prezzi. L'impresa confronta il prezzo di domanda dei "capital assets" - la valutazione che ne danno i mercati finanziari, funzione dei profitti attesi e delle condizioni del credito - con il prezzo di offerta dei beni capitali, determinato dai costi di produzione e dal mark-up, e investe finché il primo supera il secondo. A frenare l'espansione interviene il rischio crescente (Kalecki): oltre la soglia dei fondi propri, il rischio del debitore abbassa il prezzo di domanda e il rischio del creditore alza quello di offerta, sicché l'investimento non può crescere all'infinito e la leva finanziaria aumenta nelle fasi di espansione.
La Figura 3.23 mostra questo meccanismo: al variare delle aspettative di profitto e della percezione del rischio, le due curve si spostano e il punto di investimento E scorre verso destra (boom) o verso sinistra (recessione). Il rapporto tra l'area rossa (che rappresenta la parte di investimento finanziata tramite risorse esterne) e l'area verde (fondi interni) aumenta, e con esso aumentano la leva (leverage) e la fragilità finanziaria dell'impresa.
|
| Figura 3.23 - La decisione di investimento dell'impresa secondo la teoria dei due prezzi, animata lungo il ciclo. L'impresa investe fino al punto E, dove il prezzo di domanda del capitale (arancione) eguaglia il prezzo di offerta dei beni capitali (blu); la quota fino a qA (il livello coperto dai fondi propri) è autofinanziata (area verde), quella fra qA e la quantità di equilibrio q* è finanziata con debito (area rossa). Nell'espansione il prezzo di domanda si alza e l'offerta si appiattisce (rischi percepiti bassi), e l'investimento cresce; nella recessione il prezzo di domanda scende e l'offerta si irripidisce, e l'investimento si contrae. La curva verde tratteggiata sono i fondi interni. Rielaborazione della Figura 2 in Veronese Passarella (2027b). |
Da qui l'ipotesi di instabilità finanziaria e il suo celebre paradosso: la stabilità è destabilizzante. Nei periodi tranquilli imprese, banche e investitori riducono i propri margini di sicurezza, spostandosi da posizioni coperte (hedge, i cui incassi coprono sia gli interessi sia il capitale) a posizioni speculative (gli incassi coprono i soli interessi, e occorre rifinanziare il capitale) e infine Ponzi (gli incassi non coprono neppure gli interessi). La Figura 3.24 illustra le tre strutture confrontando, per ciascuna, i flussi di cassa attesi con gli impegni di pagamento (interessi e capitale).
|
| Figura 3.24 - Le tre strutture finanziarie di Minsky. A sinistra, per ciascun tipo di unità, i flussi di cassa attesi (verde); a destra, gli impegni di pagamento, distinti in interessi (arancione) e capitale (rosso). Unità coperta (hedge): i flussi coprono interessi e capitale. Unità speculativa: coprono i soli interessi. Unità Ponzi: non coprono neppure gli interessi. Più il sistema è popolato di unità speculative e Ponzi, più è fragile. Tratto da Veronese Passarella (2027b), Figura 5. |
La fragilità si accumula così in modo endogeno, finché un piccolo shock, o un rialzo del tasso d'interesse, innesca il "momento Minsky": le unità più esposte non riescono più a rifinanziarsi e sono costrette a vendere attività, i cui prezzi cadono, facendo crescere il peso reale del debito - la deflazione da debito di Fisher. E poiché in un sistema finanziario i bilanci sono interconnessi (la passività di un'unità è l'attività di un'altra), la crisi si propaga per contagio, dalle unità più fragili a quelle inizialmente solide (Figura 3.25).
|
| Figura 3.25 - Rete del contagio finanziario. Ogni nodo è un'unità, ogni freccia un rapporto debito-credito (dal debitore al creditore); i colori indicano il grado di difficoltà, dal basso (verde) al moderato (giallo e arancione) all'alto (rosso). Il dissesto di un'unità si trasmette lungo i legami di bilancio, come una reazione a catena, colpendo anche le unità inizialmente coperte. Tratto da Veronese Passarella (2027b), Figura 6. |
Sul piano macroeconomico, poiché i profitti aggregati sono determinati dall'investimento (Kalecki: "i capitalisti guadagnano ciò che spendono"), la fase espansiva tende ad autoconvalidarsi - più investimento significa più profitti, quindi più credito - fino al punto di svolta.
Ridotta all'osso, la dinamica minskyana può essere formalizzata tramite un sistema a due variabili, i profitti e il debito delle imprese (Veronese Passarella, 2027b):
In assenza di debito i profitti crescerebbero al ritmo dell'investimento , ma il servizio di un debito crescente li erode (). In assenza di profitti il debito si ridurrebbe al ritmo , ma profitti elevati consentono e incoraggiano nuovo indebitamento (). È un sistema preda-predatore (Lotka-Volterra), con i profitti nel ruolo della preda e il debito in quello del predatore: profitti alti alimentano il debito, il debito comprime i profitti, i profitti in caduta costringono a ridurre il debito, e da lì i profitti riprendono - un'orbita perpetua attorno all'equilibrio, non un punto di quiete.
È, si noti, lo stesso identico modello formale introdotto per la prima volta in economia da Richard Goodwin (1967) per il ciclo di crescita fondato sul conflitto di classe, e che abbiamo già incontrato nella Parte I discutendo la dinamica del salario di sussistenza. La Figura 1.7 che ne rappresentava le oscillazioni e l'orbita nel piano delle fasi è, formalmente, la stessa che descrive qui il ciclo profitti-debito (con il debito al posto della popolazione e il profitto d'impresa al posto del salario reale).
Innestata nel circuito monetario e nel modello IO-BMW (sezione 3.2.4), questa dinamica trasforma l'aggiustamento ordinato in cicli endogeni di espansione e recessione, tanto più violenti quanto più banche e imprese reagiscono alla leva e alla valutazione finanziaria del capitale (Veronese Passarella, 2025). Per certi versi, si tratta di un meccanismo assimilabile al cosiddetto acceleratore finanziario, utilizzato nella letteratura economica mainstream (come nei lavori dell'ex presidente della Federal Reserve Ben Bernanke).
Per Minsky, l'instabilità endogena spiega la doppia necessità di un grande Stato (Big Government), la cui spesa in disavanzo sostiene domanda aggregata e profitti e fornisce attività sicure, e di una grande banca centrale (Big Bank), prestatrice di ultima istanza del settore bancario e dello stesso settore pubblico. Il loro intervento pone "pavimenti" e "soffitti" alle oscillazioni delle variabili economiche e finanziarie. Sennonché, ogni salvataggio, riducendo i margini di sicurezza futuri, prepara già la crisi successiva. È, di nuovo, la crisi come esito endogeno del capitalismo, la stessa conclusione di Marx (sezioni 1.4.6-1.4.8) e di Harrod (sezione 2.2), qui fondata sulla struttura finanziaria.
I modelli visti finora - aggregati, input-output, fondi-flussi - sono top-down: si specificano direttamente le regole di comportamento dell'intera economia (o di un'intera industria). I modelli ad agenti (agent-based models, ABM) rovesciano la prospettiva e sono bottom-up: si specifica il comportamento di molti agenti individuali - qui le famiglie - e le grandezze macroeconomiche si ottengono sommando sugli agenti. Le regolarità aggregate non sono imposte, ma emergono dall'interazione (per un'introduzione pratica, in R, si veda Caiani et al., 2016).
Tre tratti distinguono questo stile: l'eterogeneità (ogni famiglia ha, ad esempio, la propria propensione al consumo); l'interazione e l'incontro tramite meccanismi espliciti (qui una lotteria del lavoro per le assunzioni e un mercato dei beni primo arrivato, primo servito); e le decisioni sequenziali, prese sull'informazione del periodo precedente, senza risolvere un sistema simultaneo.
I modelli restano coerenti sul piano fondi-flussi: siccome la moneta viene semplicemente trasferita tra gli agenti, senza essere né creata né distrutta nel corso delle loro interazioni, l'equazione ridondante continua a essere soddisfatta. Inoltre, poiché l'interazione tra gli agenti contiene elementi stocastici (o probabilistici), ogni modello viene generalmente eseguito molte volte, utilizzando ogni volta semi casuali (random seeds) diversi: sono le cosiddette ripetizioni Monte Carlo. I risultati vengono poi, in genere, sintetizzati attraverso statistiche come medie, mediane e deviazioni standard.
💡 Emergenza: uno stormo senza capo. Si guardi uno stormo di storni volteggiare nel cielo: viene spontaneo cercare un capo, o un piano. Non c'è né l'uno né l'altro. Ogni uccello segue poche regole semplici, guardando solo i vicini più prossimi - separazione (non accalcarsi), allineamento (andare più o meno nella stessa direzione), coesione (non allontanarsi troppo) - e in nessuna di queste regole compare la parola "stormo". Eppure lo stormo appare: una forma coerente e mutevole che appartiene al gruppo e a nessun individuo. Questa è l'emergenza: un ordine al livello del tutto che nasce dalla sola interazione locale e che non si potrebbe mai leggere su un singolo uccello. Il test è semplice: si spenga l'interazione (ogni uccello ignori i vicini) e lo stormo si dissolve in una nube di viandanti indipendenti. Il disegno viveva nell'interazione, non negli uccelli. I modelli ad agenti mettono al lavoro questa idea in economia: invece di scrivere come si comporta l'economia, si scrive come si comportano i singoli agenti e li si lascia interagire, e comportamenti macroeconomici che nessuno ha programmato - disoccupazione involontaria, una domanda aggregata che dipende da chi è stato pagato - compaiono da soli, la controparte economica dello stormo.
|
| Figura 3.26 - Due volti della complessità. A sinistra, uno sciame sull'attrattore di Lorenz: dinamica deterministica e intricata, persino caotica, ma senza interazione - ogni punto obbedisce alla stessa legge globale, la forma era scritta nelle equazioni fin dall'inizio (complessità, ma non emergenza). A destra, uno stormo di "Boids": l'ordine si auto-organizza dalle sole regole locali, e spegnendo l'interazione lo stormo si dissolve (emergenza). Fonti: Lorenz (1963); Reynolds (1987). |
Anche gli ABM del corso si costruiscono a strati, sopra i modelli già visti.
Il modello ABM-SIM popola il modello SIM con famiglie, ciascuna con la propria moneta, il proprio reddito e la propria propensione al consumo. Poiché le famiglie sono più dei posti di lavoro disponibili, la disoccupazione emerge invece di essere assunta. Sommando sugli agenti si ritrova il SIM aggregato (il prodotto medio converge ancora a ), ma con due risultati nuovi: la disoccupazione diventa una variabile fluttuante generata dal modello, e lo stock di moneta si assesta sopra il valore del SIM senza attriti, perché quando le assunzioni sono insufficienti le famiglie sono razionate e non spendono quanto avevano pianificato. Il reddito non speso diventa risparmio involontario e la ricchezza accumula un cuscinetto.
Il modello ABM-PC aggiunge la scelta di portafoglio: qui l'eterogeneità ha una conseguenza più netta, perché la domanda aggregata dipende da quali famiglie percepiscono reddito (pesate per le loro propensioni), sicché la composizione del reddito diventa essa stessa una variabile macroeconomica.
Il modello ABM-BMW tiene le famiglie come agenti eterogenei (lavoratori e consumatori) mentre il blocco imprese-capitale-banche resta aggregato: quando le assunzioni sono scarse, sono razionati sia i consumi sia gli investimenti, e poiché l'acceleratore si nutre del prodotto, la caduta si amplifica (meno prodotto → minore capitale obiettivo → meno investimento → meno prodotto).
In tutti i casi, ponendo a zero l'attrito e l'eterogeneità si riottiene esattamente il modello deterministico di partenza.
|
| Figura 3.27 - Modello ABM-SIM. Ogni linea grigia sottile è una singola simulazione Monte Carlo, la linea colorata in grassetto è la media sulle ripetizioni: la fascia grigia misura la variabilità da una realizzazione all'altra, la linea colorata il percorso atteso verso lo stato stazionario e l'aggiustamento innescato da un aumento della spesa pubblica. |
|
| Figura 3.28 - Modello ABM-PC: dinamica media (linea colorata) e variabilità fra simulazioni (linee grigie) verso lo stato stazionario e dopo un aumento della spesa pubblica. |
|
| Figura 3.29 - Modello ABM-BMW: dinamica media e variabilità fra simulazioni; l'acceleratore amplifica l'effetto recessivo del razionamento del lavoro. |
Il codice R dei tre modelli è nell'archivio Leeds lectures 2026: ABM-SIM, ABM-PC e ABM-BMW.
La complessità, però, deve sempre giustificarsi. È consigliabile ricorrere a strutture input-output quando la domanda di ricerca riguarda l'interdipendenza industriale, il mutamento strutturale, i prezzi relativi o la propagazione di uno shock settoriale. Del pari, le microfondazioni ad agenti eterogenei sono necessarie quando l'eterogeneità e l'interazione producono davvero comportamenti emergenti. Quando la domanda non richiede queste estensioni, il modello aggregato può essere la soluzione più trasparente.
Qualunque sia la scelta, non dovrebbe mai venir meno la coerenza contabile. Un modello le cui matrici non tornano a zero non è "grosso modo giusto". Sta, invece, perdendo traccia di qualche variabile o di qualche interazione, oppure le sta conteggiando più volte. Per questo, i suoi risultati potrebbero non essere affidabili.
Abbiamo visto che non esiste un unico modo di rappresentare l'economia, così come non esiste un'unica teoria economica. Un modello è sempre un'astrazione: seleziona alcuni aspetti della realtà e ne trascura altri. La questione, dunque, non è eliminare l'astrazione e le ipotesi, ma renderle trasparenti e giustificarle.
In particolare, il livello di dettaglio di un modello deve dipendere dalla domanda di ricerca e dalle caratteristiche, storicamente determinate, del sistema che vogliamo indagare. Un buon modello non è quello più complesso, ma quello che conserva ciò che è essenziale per la domanda che ci siamo posti.
Questo implica che non si debbano confondere le proprietà del modello con quelle della realtà. Le ipotesi che rendono possibile una rappresentazione analitica non sono leggi eterne dell'economia. I modelli sono strumenti per comprendere la realtà, non la realtà stessa. Né, tanto meno, dovrebbero trasformarsi in strumenti apologetici atti a dimostrare che viviamo leibnizianamente nel migliore dei mondi possibili.
Le considerazioni fin qui svolte riguardano il metodo. Ma questo corso ha anche una tesi di contenuto, che vale la pena esplicitare in chiusura. La prospettiva che abbiamo adottato, quella classico-keynesiana (o della riproduzione), non è una fra le tante scelte arbitrarie. Essa muove da una precisa idea di come funzioni un'economia capitalistica: dalle condizioni della sua produzione e della sua riproduzione nel tempo, prima ancora che dallo scambio e dall'allocazione di risorse date. È questa scelta di partenza a renderla, a mio avviso, particolarmente attrezzata per affrontare alcune fra le domande più urgenti che la nostra società pone.
Si pensi anzitutto alla disuguaglianza. Fin dai classici, e poi in Marx e in Sraffa, la distribuzione del prodotto fra le classi non è il sottoprodotto neutrale di mercati concorrenziali che remunerano ciascun fattore secondo la sua produttività, ma l'esito di un conflitto, mediato da rapporti sociali, istituzioni e potere contrattuale. Il salario e il profitto non sono prezzi come gli altri: uno è il residuo dell'altro. Un'impostazione in cui la distribuzione è determinata in parte "dall'esterno" del sistema dei prezzi offre una chiave di lettura della crescente concentrazione di redditi e ricchezze che la teoria della produttività marginale, per costruzione, tende invece a naturalizzare.
Un discorso analogo vale per le crisi. Nell'approccio dominante la crisi è, di norma, una deviazione accidentale da un equilibrio altrimenti stabile, provocata da shock esterni o da rigidità. Nella tradizione che abbiamo seguito, da Marx a Keynes fino a Minsky, l'instabilità è invece endogena: nasce dalle stesse leggi di movimento del sistema, dalla dipendenza del reddito dalla domanda effettiva, dallo scarto fra risparmio e investimento, dalla fragilità finanziaria che si accumula proprio nelle fasi di tranquillità. La crisi non è l'eccezione da spiegare, ma una possibilità iscritta nel funzionamento ordinario del capitalismo.
Ne discendono il rilievo attribuito al conflitto sociale e il ruolo riconosciuto a moneta e finanza. Se la distribuzione è conflitto e la domanda effettiva governa produzione e occupazione, allora i rapporti di forza fra i gruppi sociali non sono un «attrito» da rimuovere, ma una variabile costitutiva del sistema. E la moneta non è un velo neutrale steso su un'economia reale già data: è, come abbiamo visto con il circuito monetario e i modelli fondi-flussi, la condizione stessa dell'avvio della produzione, mentre la finanza è al tempo stesso leva dell'accumulazione e fonte di instabilità. Sono aspetti che l'impianto neoclassico standard, muovendo dallo scambio e dalla neutralità della moneta, fatica a incorporare se non come imperfezioni da correggere.
Vi è, infine, un'estensione che in questo corso non abbiamo trattato direttamente, ma che dell'approccio della riproduzione costituisce forse lo sviluppo più naturale: il rapporto fra economia ed ecosistema. Un pensiero che concepisce l'economia come un processo circolare di riproduzione, in cui ogni prodotto richiede input materiali e lascia dei residui, è per sua struttura predisposto a chiudere il cerchio anche con la natura, trattando risorse, energia ed emissioni come parte integrante della contabilità (fondi-flussi) del sistema, e non come "esternalità" da correggere ai margini. Non a caso gli sviluppi più recenti dei modelli input-output e fondi-flussi si muovono proprio in questa direzione (si vedano il laboratorio ecologico accennato nella sezione 3.2.4 e Fevereiro et al., 2025).
Nulla di tutto ciò va inteso come una condanna senza appello dell'analisi marginalista, che conserva la propria utilità per altre domande, in primo luogo quelle di allocazione a parità di condizioni sociali e tecniche date. Tuttavia, per le domande che riguardano la produzione e la sua riproduzione nel tempo (ossia chi produce che cosa, come si distribuisce il prodotto, perché il sistema entra in crisi, quale ruolo giochino moneta e finanza ed entro quali limiti ecologici), l'approccio classico-keynesiano offre strumenti più adeguati, semplicemente perché è da quelle condizioni che prende le mosse.
L'obiettivo di chi frequenta questo corso dovrebbe essere quello di imparare a riconoscere queste scelte, discuterne i limiti e capire quali conclusioni possiamo davvero trarre da un modello. Dopo tutto, come osservava Joan Robinson, lo scopo di studiare economia non è quello di memorizzare un insieme di risposte già pronte ai quesiti economici, ma di imparare a non farsi ingannare dagli economisti.